Sabato 26 Maggio 2018

Alessandria

Piercarlo Fabbio si racconta in uno spaccato di storia della città

Dopo la decisione della Cassazione, la sentenza per l'ex sindaco diventa definitiva (tre anni per falso ideologico)

Piercarlo Fabbio si racconta in uno spaccato di storia della città

Piercarlo Fabbio, ex sindaco di Alessandria, è stato condannato a tre anni, pena definitiva, per falso ideologico. Modificò il bilancio per rientrare nel patto di stabilità, così hanno deciso tre gradi di giudizio. Assolto dall’ipotesi di truffa e abuso d’ufficio. Fabbio si racconta, ripercorrendo gli anni dell’inchiesta, del processo, e del perché si è arrivati a quello spaccato di vita. La Cassazione, giovedì 19 ottobre, ha scritto l’epilogo della vicenda: respinge il suo ricorso. La decisione arriva alle 19 di un giorno atteso. Una telefonata, poche parole. Cosa passa nella mente dell’ex primo cittadino di Alessandria? «Era finito un percorso durato sette anni, quasi il 15 per cento della mia vita sprecato, o comunque orientato a occuparsi di aspetti che sono durati un istante. Per cui, insomma, un momento anche di sollevazione d’animo perché almeno era finita. Con un verdetto non soddisfacente, ma era comunque finita. Poi inizierà, ahimè, quello della pena. Quindi sette anni, poi tre di pena, e 5 anni di interdizione ai pubblici uffici: questa storia durerà 12 anni, il venti per cento della mia attuale vita. Una cosa che forse è poco concepibile nell’economia dell’esistenza dell’uomo. Anche se nell’economia di una storia patria è poca cosa». I suoi legali chiederanno l’affidamento in prova ai servizi sociali, perché gli anni inflitti possono anche far aprire le porte del carcere. «Lo chiederemo. Ci sono molte persone che si sono dette disposte a lavorare insieme a me. Non ho grandi problemi a trovare una collocazione nel mondo del volontariato che già utilizzo normalmente per buona parte della mia vita».
Le scelte di un sindaco. «Fu una grande azione di responsabilità nei confronti della città». L’inchiesta parte a seguito di due esposti: il primo fatto da una decina di persone dell’opposizione alla Corte dei Conti, il secondo dall’ex sindaco Mara Scagni alla Procura della Repubblica. È il giugno 2011. «Ciò che non siamo mai riusciti a spiegare è la nostra buona fede. Non abbiamo dolo perché non abbiamo avuto vantaggi di tipo personale o politico dalla vicenda. Anzi. Era una difficoltà enorme affrontare problemi di quel genere per tentare di evitare che sulle spalle dei nostri concittadini si abbattesse il momento di crisi già intenso. In realtà era già duro competere ed evitare che la crisi azzannasse le caviglie delle famiglie, dei padri famiglia, di coloro che lavoravano. Aggiungere ancora una riduzione dei servizi da parte del Comune, e in più l’aumento delle tasse in modo sconsiderato ci sembrava una cosa fuori dal mondo. Il tempo l’avremmo avuto per recuperare. Bastava attendere qualche anno. In realtà, si è visto che bastava solo qualche mese, per evitare di dichiarare il dissesto andando in pre-dissesto come tante Amministrazioni aiutate dal decreto salva comuni del settembre 2012. Noi andammo in dissesto nel luglio 2012. Bastava prendere tempo, e credere nella capacità del Comune di rigenerarsi. Non andò così. Anzi si pensò che la colpa fosse del tutto mia. In realtà cercavo solo di resistere. Di prendere tempo in attesa intanto che lo Stato si accorgesse delle condizioni di moltissimi Comuni in Italia. Ero nell'Anci, sentivo gli altri sindaci raccontarmi le stesse storie che vivevo, e sentivo come gli altri sindaci cercavano di evitare di produrre dei danni ai loro concittadini. Facevano le stesse cose che avevo deciso di far anch’io. Che poi, come è emerso anche in aula con lo scontro tra i periti, non erano cose per niente definibili da un parte o dall’altra».
«Il sentimento del risentimento e della vendetta non mi appartengono. Mi apparterrà casomai quello del perdono. Ma non c’era bisogno di perdonare. Ho sempre creduto che probabilmente chi ha fatto l’esposto ha utilizzato uno strumento molto più grande di quello che serviva. La politica aveva in sé la capacità per riuscire a rinegoziare un equilibrio. Non si è voluto utilizzare questo dialogo e si è andati verso chi, in realtà, aveva strumenti sconsiderati rispetto a quello che si doveva adottare per ottenere un risultato».
L’inizio del mandato. Non ci fu passaggio di consegne tra i due primi cittadini. «Mara Scagni mi lasciò il foglio della tesoreria qualche giorno prima, e non si fece trovare in ufficio. Normalmente, per legge, i sindaci consegnano ai loro successori un rendiconto sintetizzato, preparato dal tesoriere. Il passaggio dei conti, in sostanza. Normalmente questa azione viene condotta con i due sindaci presenti. Mara Scagni, invece, aveva lasciato il Comune qualche giorno prima. Io non la incontrai mai nel momento della consegna».
«Iniziai il mandato il 30 di maggio 2007, tre mesi dopo dovevamo fare la ricognizione dei libri del bilancio. Una settimana prima Luciano Vandone mi disse: ‘Il Comune è in dissesto’. Gli risposi che non eravamo stati eletti per dichiarare il default, ma per governare e creare del benessere a questa città. Gli dissi di verificare se era possibile resistere. Mi chiese una settimana di tempo. Ci lavorò sopra, e mi disse che era possibile. Il percorso sarebbe stato quello di alienare degli immobili. Così avvenne. In 5 anni alienammo quarantasette milioni di euro di immobili per tamponare la situazione. Solo che nel corso degli anni lo stato di crisi generale si era aggravato quindi avremmo dovuto continuare per i cinque anni successivi. Anni che nessuno ci diede. Anzi, tranciarono quel tipo di scelta e incominciarono il percorso di risanamento che passava purtroppo attraverso il dissesto».
«La politica per me è un servizio, non è la carriera. Mi è anche andata bene, sono diventato sindaco di Alessandria che per me è il massimo a cui potevo pensare. L’unica cosa che mi dispiace in questa vicenda è che qualcuno, in modo poco dozzinale possa ritenere che ci sia una sorta di valutazione manichea: tutto quello che ha fatto Fabbio deve essere messo da parte. Pensiamo al parcheggio sotterraneo di piazza Garibaldi, o a qualche idea sull’utilizzazione delle strutture ex militari che sono ancora lì dopo sette otto anni. Mi pare che quelle idee possano ancora essere messe in campo, con le modalità a cui pensavo io oppure in altro modo. L’importante è che l’obiettivo sia raggiunto per la città». Quale sarà l'atteggiamento dell'ex primo cittadino? <Quello che ho avuto sinora, se funziona e se va bene. Nel senso che sarà l'atteggiamento di colui che può spiegare quello che è successo. Ma a cui non sarà chiesto. Se mi chiederanno cosa ne penso sul volontariato dirò che è una parte della mia vita, e che sono anche in grado, se possibile, di utilizzare un'ulteriore piccola parte della mia esistenza lasciandomi quel poco di lavoro che mi è stato consentito ricostruire in questi anni. Finito di fare il sindaco sono rientrato nella mia scuola che poi è fallita, questa volta non per colpa mia (Fabbio sorride e ironizza, ndr). Ci hanno lasciato a casa, molti colleghi sono riusciti a rinegoziare una loro posizione all'interno del sistema della formazione professionale, io no. Ho ricostruito una rete di clienti che mi fanno lavorare, sono un consulente e insegno. Vedo che minimo di apprezzamento c'è da parte di coloro per i quali presto servizio, e vorrei continuare se non altro per aiutare la mia famiglia che in questi anni mi ha supportato moltissimo>.

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