Giovedì 25 Aprile 2019

Il personaggio

Nicola Bernardi, quando la fotografia è arte

Nicola Bernardi, quando la fotografia  è arte

Nicola Bernardi,: 'Ritratto del musicista John Cole', Melbourne, Australia

Formatosi alla scuola di grandi artisti come Steve McCurry ed Eolo Perfido, è oggi un nome conosciuto in tutto il modo per le sue splendide fotografie. Nicola Bernardi, originario di Casale, racconta la sua vita avventurosa, tra Polo Nord, Giappone, Australia.

Come nasce la sua passione per la fotografia?

La fotografia è arrivata nella mia vita un po’ per caso, ci sono inciampato mentre vivevo a Sapporo, in Giappone, durante uno scambio scolastico per il mio terzo anno di università. I miei genitori prima della partenza mi avevano regalato una macchina fotografica con la richiesta di “fare delle foto per loro così che potessero vedere il Giappone”. La prima volta che presi in mano la macchina fotografica, avevo intenzione di fare una passeggiata intorno all’isolato in cui vivevo giusto per avere qualche foto da dare loro. Quella passeggiata si trasformò in 8 ore di fotografie in giro per la città. Una volta rientrato a casa mi resi conto che per 8 ore ero stato completamente solo, ma non mi ero mai sentito solo. Da quel momento in poi è stata una vera e propria ossessione, non sono più riuscito a farne meno. Pochi mesi dopo, laureato e ritrasferitomi a Sapporo, ho iniziato un progetto chiamato “365” in cui mi impegnavo a scattare e postare una foto al giorno per un anno intero, con l’intento di fare la foto migliore che potessi ogni singolo giorno dell’anno e insegnandomi tutto quello che potevo sulla fotografia autonomamente. Da lì a pochi mesi, sono entrati i primi lavori e… non ho più smesso.

Quali sono state le tappe più importanti della tua evoluzione artistica?

Sicuramente il mio anno di progetto “365” in Giappone è stata la prima tappa importante per la mia evoluzione artistica, dove inconsapevolmente ho gettato le basi per quello che ancora oggi è il mio stile fotografico. Altre due tappe importanti sono state lavorare come assistente di Eolo Perfido a Roma per due anni, e come assistente di Steve McCurry per il calendario Lavazza in Etiopia. Infine, i miei 3 anni a Melbourne, in Australia, sono stati quelli in cui la mia figura professionale e artistica hanno davvero preso forma. Detto ciò, però, devo ammettere che ogni singolo lavoro, ogni esperienza, porta avanti la mia evoluzione artistica. Una delle cose più belle di questo lavoro è che si è in continua evoluzione, la propria identità artistica è come il motore di una macchina e la benzina sono tutte le esperienze di cui riempiamo la nostra vita. In questo senso, tutto quello che facciamo ci influenza e ci porta avanti. Anche esperienze come l’attraversare il Giappone in bicicletta nel 2014 o esplorare il circolo polare artico l’anno scorso mi hanno fatto crescere tantissimo.

L’ultimo lavoro a cui hai lavorato?

Professionalmente, la mia vita fotografica si articola di tanti progetti, alcuni creativi e artistici, altri commerciali e pubblicitari. Uno degli ultimi grossi lavori creativi che ho avuto il piacere di realizzare è stato a Ottobre 2017 a Palermo, dove sono stato invitato dalla Galleria di Arte Contemporanea Giuseppe Veniero Project a creare dei lavori e metterli in mostra in 10 giorni. La completa libertà creativa regalatami e il poco tempo a disposizioni mi hanno spronato a creare un corpo di lavori estremamente sinceri, ritratti di 11 artisti Palermitani raccontati attraverso l’annullare il loro volto pubblico e portandoli a mostrare un lato di loro che forse, neanche loro stessi avevano mai visto. Il progetto, chiamato “Giganti Silenziosi” ha preso la forma di 11 gigantografie di 2x1 metri che sono entrate nella collezione della galleria dopo essere state in mostra per diverse settimane.

A cosa stai lavorando ora?

Escluse varie commissioni professionali, mostre e workshop in giro per l’Italia, il prossimo grosso progetto a cui lavorerò sarà un nuovo libro (il nostro terzo insieme) con il mio migliore amico e fumettista Simone Albrigi ( in arte Scottecs, o Sio) riguardante le tematiche dell’immigrazione. Un tema a noi molto caro e siamo estremamente felici che una grande casa editrice italiana abbia creduto in noi e nel nostro progetto, e che ci abbia firmato un contratto per la pubblicazione. Nei prossimi mesi svilupperemo il corpo del lavoro, e il libro vedrà la luce del giorno nel secondo trimestre 2019. La parte fotografica sarà incentrata sui ritratti da accompagnare alle storie che ci verranno raccontate, e sto sviluppando da settimane un look particolare per questo progetto che non vedo l’ora di realizzare.

Il lavoro più impegnativo tra quelli che hai realizzato?

Quando si parla di lavoro più impegnativo, quello che mi viene immediatamente in mente è un progetto chiamato “24” del 2016, dove mi sono sfidato a realizzare 24 ritratti di 24 persone diverse, il 24 ore senza mai fermarsi. 60 minuti per persona, cambiando estetica, look e set per ogni soggetto. Un progetto folle sotto ogni punto di vista, che ho avuto il piacere di condividere con Ollie Savage, una make up artist straordinaria di Melbourne. Insieme, per circa 3 mesi, abbiamo sviluppato la creatività, le idee e fatto il casting delle 24 persone che hanno partecipato a questo progetto, organizzando tutto al minuto per fare in modo che davvero, non ci fossero tempi morti. Eravamo curiosi di scoprire se fossimo in grado di spingere i nostri corpi e le nostre menti a lavorare per 24 ore di fila e, si, abbiamo scoperto di esserne assolutamente in grado. E' stata un’esperienza bellissima e mi ha regalato alcuni dei miei ritratti e ricordi preferiti di sempre, nonostante i mesi di gigantesco lavoro che hanno portato al giorno dello shooting effettivo. Oggi il progetto, dopo essere stato mostrato in una galleria d’arte di Melbourne, è visibile sul mio sito, assieme ad un piccolo documentario su di esso girato durante le 24 ore del progetto.

Un sogno nel cassetto da realizzare?

Tenendo le dita incrociate tantissimo, è in fase di realizzazione. Da sempre sogno di trasferirmi a New York e ho lasciato l’Australia per tornare in patria proprio per cercare di ottenere un visto d’artista che mi permetta di muovermi verso la grande mela. Essendo un fotografo che principalmente lavora con musicisti, attori, ballerini, comici, scrittori e artisti di ogni genere, New York rappresenta davvero un passo importante per portare la mia carriera verso la sua naturale evoluzione. Ad oggi, non ho ancora delle sicurezze su questo visto e nemmeno so con certezza quando arriverà, ma ho fiducia. E di nuovo, tengo le dita incrociate.

Come si definirebbe e cosa significa per lei la fotografia?

Mi sono sempre definito un fotografo innamorato del genere umano. Le persone, e le storie che portano con sé, sono assolutamente il centro del mio interesse artistico e ovviamente, personale. La fotografia è il mezzo che al meglio mi permette di raccontare le storie altrui, la lingua che ho scelto per fare da megafono e trasmettere agli altri quel senso di entusiasmo e interesse che personalmente vivo di fronte a certe storie. Nonostante siano quasi 7 anni che vivo la mia passione come lavoro, mi sveglio tutte le mattine incredulo di quanto io sia fortunato a fare ciò.

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