Stop al panico!
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Giorgio Barberis*  
3 Marzo 2020
ore
05:08 Logo Newsguard
L'analisi

Stop al panico!

Chiusura immediata di tutti i luoghi deputati all'insegnamento e alla cultura. I luoghi del consumo, invece, tutti aperti, con pochissime limitazioni. Evidentemente nei centri commerciali il coronavirus fa meno paura

ANALISI – Non è ancora tempo di bilanci. L’emergenza non è superata, la paura permane radicata e diffusa. Ma qualche riflessione la possiamo, anzi la dobbiamo fare. Siamo reduci da una settimana che per diversi aspetti “ci ha cambiato”, come titolava il quotidiano la Repubblica di venerdì scorso. Città vuote, turisti azzerati, aziende in crisi. Il coronavirus ha scatenato il panico, in modo piuttosto irrazionale, invero, almeno se si considera il dato scientifico. Ma c’è stata una costruzione mediatica dell’emergenza sulla quale occorrerà riflettere a lungo. In alcuni momenti ho avuto perfino la sensazione di essere di fronte a una “prova generale”, a una sorta di esercitazione per qualche cataclisma futuro di ben più vasta portata.

Molti sono gli aspetti degni di nota. Mi soffermerò, pur sinteticamente, su alcuni. Anzitutto, mi ha molto colpito – ancor più della corsa, quasi comica, alla mascherina, o all’ormai mitica amuchina (con crescente gaudio delle industrie farmaceutiche…) – la chiusura immediata di tutti i luoghi deputati all’insegnamento e alla cultura in generale, dalle università alle scuole di ogni ordine e grado, dai musei ai teatri e ai cinema. I luoghi del consumo, invece, tutti aperti, con pochissime limitazioni. Evidentemente nei centri commerciali il virus fa meno paura. Forse è distratto dalla varietà e dal luccichio delle merci. Magari nelle biblioteche si annoia e diventa più aggressivo… Perché questa scelta? Quali significati, anche simbolici, reca con sé? Intanto, posso dire che per me è stato un elemento utile a ridimensionare fortemente l’allarme del contagio, unitamente alla considerazione che se le metropolitane, luogo di scomodo affollamento per antonomasia, non vengono chiuse, il pericolo non può essere tanto devastante…

Mi hanno colpito poi le divisioni nel mondo scientifico, il quale – per una volta che la ricerca è al centro dell’attenzione – non ha dato sempre una gran prova di sé. Personalmente, mi ritrovo nelle posizioni (che hanno cercato con fatica di fare breccia nel “circo” mediatico) espresse con chiarezza e coraggio da scienziati come Maria Rita Gismondo, dell’Ospedale Sacco di Milano, che hanno cercato di rassicurare: il Covid-19 esiste, nella sostanza ci è nodo, è molto aggressivo, ma non particolarmente minaccioso («Poco più che una normale influenza»), e deve essere gestito come una questione sanitaria, non come l’annuncio dell’apocalisse. Sospetta, forse interessata, la reazione stizzita di altri virologi più “televisivi”, magari con già pronto nel cassetto un instant book. Perché, fatta salva l’importanza dell’alto pensiero del presidente Mattarella (ancora una volta tra i più equilibrati) che ha ricordato come la conoscenza e la ricerca scientifica siano «il miglior antidoto alla paura irrazionale» (bisognerebbe non scordarlo al momento di distribuire le risorse pubbliche!), c’è scienza e scienza, più o meno attendibile, libera, misurata.

Mi ha colpito, poi, la reazione della politica. Una politica in frantumi che mostra muscoli che non ha, in crisi ormai da lustri, e alla ricerca disperata di un “senso”. L’ha trovato per qualche giorno nella risposta (immediata e non sempre così meditata) al bisogno di protezione, da rischi reali o immaginari, della gente comune. Invocati subito lo “stato di necessità” (così vicino allo “stato di eccezione” su cui rifletteva negli anni Trenta Carl Schmitt), le misure “straordinarie”, le zone “rosse”, le quarantene infinite, più o meno “fiduciarie”. Evidente, e un po’ inquietante, il superamento delle procedure democratiche ordinarie con disposizioni di carattere “emergenziale”. Vale tutto, insomma, anche disporre che la cauta riapertura dei cinema nelle zone non più a rischio comporti il lasciare una poltrona vuota tra ogni spettatore. Si può andare in discoteca, ma stando distanti almeno un metro dagli altri… Di fronte al virus, allo stato di eccezione, appunto, c’è una differenza, ed eventualmente quale – mi chiedo un po’ disorientato – tra le procedure politiche adottate nei nostri Stati “democratici” rispetto a quelle di uno stato “autocratico” come la Cina?

Infine, la certezza che la psicosi ci fa male più del virus. Prima l’allarmismo portato a livelli di puro parossismo sui media, poi un tardivo mea culpa a stigmatizzare l’eccesso di paura. Si tenta ora di smorzare i toni, di ritornare abbastanza rapidamente alla normalità, di arginare e superare il panico. Ma queste giornate allucinate lasceranno un segno, temo, che durerà a lungo. E che ci problematizza tutti, ben oltre l’emergenza sanitaria. L’ossessione securitaria è forse una minaccia ancor più potente del virus.

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