Cardiopatia ischemica: studio del Dairi rivela livelli insufficienti di self-care
Pubblicata sul Journal of Clinical Nursing la ricerca multicentrica Hartas-in-Dyads. L’autoefficacia percepita è alta, ma il monitoraggio e la gestione restano critici
ALESSANDRIA – È stato recentemente pubblicato sul Journal of Clinical Nursing uno studio multicentrico promosso dal Dairi dell’Azienda Ospedaliero-Universitaria di Alessandria. Analizza il livello di self-care nei pazienti italiani affetti da cardiopatia ischemica. La ricerca offre uno spaccato significativo sull’aderenza ai comportamenti di autogestione, fondamentali per evitare recidive e migliorare gli esiti a lungo termine.
Coordinato da Tatiana Bolgeo, Dirigente dell’Unità Ricerca Professioni Sanitarie, lo studio ha coinvolto oltre 450 pazienti provenienti da Alessandria, Milano, Novara e Roma. Ed è parte del progetto nazionale HEARTS-IN-DYADS, focalizzato sulla cura condivisa tra pazienti e caregiver.
Dati allarmanti sul self-care: bassa aderenza, soprattutto nel monitoraggio
I punteggi medi emersi dalle tre dimensioni del self-care sono risultati preoccupantemente bassi:
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Mantenimento: 58,3 su 100.
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Monitoraggio: 48,5 su 100.
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Gestione dei sintomi: 65,3 su 100.
L’unico valore soddisfacente è stato riscontrato nell’autoefficacia percepita, che ha raggiunto 77,2 su 100. Tuttavia, comportamenti cruciali come la riduzione dello stress, il monitoraggio del peso e l’assunzione autonoma dei farmaci in presenza di sintomi sono risultati poco seguiti.
Attraverso l’uso di modelli statistici avanzati, i ricercatori hanno identificato i fattori principali che influenzano il comportamento dei pazienti. In particolare:
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Età avanzata, presenza di più stent e comorbidità favoriscono una maggiore attenzione al self-care.
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La presenza di un caregiver, sorprendentemente, è associata a una minore attivazione del paziente, probabilmente a causa di una riduzione dell’autoefficacia percepita.
Obiettivo: interventi educativi su misura
«Questo studio rappresenta un punto di partenza fondamentale per progettare interventi educativi personalizzati nei pazienti con coronaropatia ischemica», spiega Tatiana Bolgeo. «Le evidenze suggeriscono che rafforzare l’autoefficacia del paziente fin dalle fasi iniziali della malattia può migliorare significativamente la gestione autonoma».
La ricerca offre spunti concreti per medici, infermieri e policy maker. Aiutandoli a costruire percorsi di presa in carico più efficaci, basati sulla personalizzazione, l’educazione terapeutica e l’empowerment del paziente.