Vivere nel disastro ambientale: «Terra e acqua non si possono più usare». Assemblea pubblica
Il gruppo delle MammeNo Pfas ad Alessandria, durante una manifestazione fuori dalla Provincia
Cronaca
Monica Gasparini  
6 Gennaio 2026
ore
09:43 Logo Newsguard
Dossier Spinetta

Vivere nel disastro ambientale: «Terra e acqua non si possono più usare». Assemblea pubblica

Lunedì 12 gennaio, alle 21, appuntamento fissato nella chiesa di via Genova con gli esperti. Appello degli organizzatori alla cittadinanza a partecipare. Parla un residente di Cascinagrossa

ALESSANDRIA – Non possono bere l’acqua dei loro pozzi. Non possono coltivare l’orto. Non possono mangiare le uova delle loro galline. Eppure continuano a pagare tasse come tutti gli altri. Anche l’aria è inquinata, ma respirare si deve.

Nel territorio segnato dall’inquinamento da Pfas e da un disastro ambientale riconosciuto (Spinetta e Fraschetta), la vita quotidiana è diventata un elenco di divieti. Divieti che hanno trasformato case, campi e abitudini in zone off-limits, mentre cresce la rabbia di chi si sente abbandonato da istituzioni incapaci di offrire risposte concrete.

Qui il problema non è solo ambientale: è una frattura profonda tra cittadini e Stato, tra diritti garantiti sulla carta e una realtà in cui vivere “normalmente” non è più possibile. Gestualità semplici, tramandate da generazioni, sono diventate improvvisamente pericolose.

È così che un disastro ambientale smette di essere una definizione giuridica e diventa un’esperienza quotidiana di privazione.

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Un luogo sorvegliato

L’inquinamento da Pfas, insieme ad altri contaminanti, ha trasformato un territorio abitato, la Fraschetta, in un luogo sorvegliato, limitato, sospeso.

La casa resta la stessa, ma non lo è più il modo di viverla. E quando il pericolo non si vede, non si sente, non ha odore, la paura assume una forma nuova: entra nell’acqua che non si beve, nella terra che non si tocca, nel cibo che non si mangia.

In alcune cantine di Spinetta, accertata la presenza di cloroformio, non si può più accedere normalmente, come indica l’ordinanza del sindaco di Alessandria, Giorgio Abonante.

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Cloroformio nelle cantine: c'è un'ordinanza di Palazzo Rosso

Il sindaco Abonante ha firmato un documento che circoscrive l'area interessata dalle indicazioni di precauzione

Perché la popolazione deve essere privata dei propri diritti? Dal punto di vista sociologico, ciò che emerge è una rottura del patto di fiducia tra cittadini e istituzioni. Chi vive in quell’area non si sente solo esposto a un rischio sanitario, ma anche abbandonato. Le ordinanze che vietano, i cartelli che avvertono, le raccomandazioni che limitano arrivano prima, e più chiaramente, delle soluzioni.

La solita domanda

La domanda che ritorna, nelle assemblee e nelle conversazioni quotidiane, è sempre la stessa: «Se non posso usare la mia acqua, la mia terra, i miei prodotti, cosa sto pagando?». È un quesito che va oltre l’aspetto economico: parla di dignità, di diritto alla normalità, di uguaglianza tra cittadini.

Il disastro ambientale produce infatti una nuova forma di disuguaglianza: quella tra chi può allontanarsi e chi resta, tra chi ha alternative e chi è radicato in quel territorio per scelta o necessità. Restare diventa una forma di resistenza silenziosa, ma anche di frustrazione. Perché vivere in un’area contaminata significa convivere con il sospetto, con il dubbio costante su ciò che è sicuro e ciò che non lo è più.

Sul piano sociale, la conseguenza più profonda è la perdita del senso di controllo. Non decidere più cosa mangiare, cosa bere, cosa coltivare mina l’autonomia individuale e collettiva. È una forma di espropriazione invisibile che non passa per i tribunali, ma per le abitudini quotidiane. In questo contesto, le amministrazioni locali vengono percepite come distanti, lente, spesso incapaci di fornire risposte concrete.

Non basta vietare

Non basta vietare: serve accompagnare, compensare, spiegare, investire. Senza un’azione visibile e continuativa, il rischio è che il disagio ambientale si trasformi in sfiducia strutturale, in disaffezione verso la cosa pubblica, in una frattura difficile da ricucire. Il disastro ambientale, allora, non è solo una questione di bonifiche e limiti di legge. È una questione di giustizia sociale.

Perché un territorio inquinato non è solo un problema ambientale: è una comunità che chiede di essere ascoltata, riconosciuta, risarcita. Non solo economicamente, ma anche nel diritto a tornare a vivere senza paura.

L’assemblea a Spinetta

In questo contesto si inserisce la lotta dei cittadini. Lunedì 12 gennaio, alle 21, il Comitato Stop Solvay, il Gruppo Vivere in Fraschetta e Greenpeace Alessandria incontreranno Alessandro Gianni (responsabile relazioni istituzionali e scientifiche di Greepeace Italia), Michela Sericano (attivista ambientale), Vittorio Martone (professore Università di Torino), Alice Ravinale (capogruppo Alleanza Verdi e Sinistra regionale Piemonte) e Cristina Guarda (europarlamentare Alleanza Verdi e Sinistra) a Spinetta Marengo, in via Genova, nella parrocchia della Natività di Maria.

“Un grazie dal gruppo Vivere in Fraschetta a don Mauro che ci lasciato la disponibilità della sala dell’oratorio per questo incontro”, sottolineano Nicoletta Mensi e Fabrizio Boschetto. “Dopo ripetute richieste anche formali (in Comune) per la ricerca di un salone dove organizzare l’incontro, non avevamo infatti ottenuto ciò che chiedevamo per un’utilità pubblica”.

È importante l’intervento di tutta la cittadinanza, perché sarà possibile fare domande, informarsi e chiedere soluzioni».

Le analisi positive e quei consigli dei dottori…

Carlo Aldo ha 80 anni, vive a Cascinagrossa dal 1972. È una di quelle persone che si è sottoposto alla analisi del sangue per capire se aveva Pfas. E il responso, entrambe le volte – sia con le analisi indipendenti che del biomonitoraggio regionale – è stato purtroppo positivo. Autonomamente ha fatto fare anche altre analisi, e questi inquinanti eterni sono spuntati pure nelle acque piovane. Non può più fare l’orto: quindi niente più patate, insalata, pomodori.

Non può più mangiare le uova delle sue galline, perché è ciò che gli hanno consigliato i medici che stanno eseguendo i controlli in zona. «Purtroppo i cittadini cercano di giustificarsi – spiega Aldo – dicendo “intanto l’abbiamo tutti”. Ma non è normale pensarla così. Ci sono tanti giovani con la pancreatite, ad esempio. È normale? Ci sono pure tante malattie tiroidee nella nostra zona. Le amministrazioni locali, il sindaco, la Provincia non possono far finta di nulla. I consiglieri comunali cosa fanno sul territorio? Sono preoccupato per i giovani e i cittadini che devono farsi carico del problema. Ho sempre pagato le tasse, perché non posso usare i miei terreni, le mie cose? Il danno e la beffa…».

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