“Sicurezza e dignità: il futuro delle carceri interpella le comunità”. La posizione di DemoS Piemonte
Politica
11 Gennaio 2026
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Il caso

“Sicurezza e dignità: il futuro delle carceri interpella le comunità”. La posizione di DemoS Piemonte

La trasformazione del carcere di San Michele e la crisi strutturale del sistema penitenziario alessandrino pongono interrogativi che vanno oltre la sicurezza

ALESSANDRIA – “Le recenti decisioni che riguardano il sistema carcerario alessandrino sollevano interrogativi profondi che non possono essere ridotti a una questione tecnica o di mera sicurezza. In particolare, la trasformazione del carcere di San Michele in istituto destinato ad accogliere detenuti sottoposti al regime di 41 bis. Sono scelte che toccano il rapporto tra Stato e territorio, tra legalità e coesione sociale, tra il dovere di reprimere il crimine e quello, altrettanto costituzionale, di tutelare la dignità della persona. Un equilibrio delicato, che richiede visione e responsabilità condivisa”.

Così DemoS Piemonte interviene sulla questione con una nota. Che prosegue: “La sicurezza viene riconosciuta come un bene comune indispensabile. Ma non può essere costruita attraverso decisioni calate dall’alto, prive di un confronto reale con le istituzioni locali. Ovvero con la Prefettura, il Comune, i servizi sanitari e sociali e la rete di associazioni che da anni opera dentro e fuori le carceri”.

Il 41 bis e l’impatto sul territorio

“L’arrivo di decine di detenuti sottoposti al 41 bis non è un fatto neutro. Cambia l’equilibrio di un territorio, impone misure straordinarie, richiede investimenti adeguati e soprattutto una strategia chiara e condivisa. Senza questi presupposti, il rischio è quello di lasciare sole le comunità chiamate a sostenere un peso così rilevante. Preoccupa in modo particolare la possibilità che questa scelta cancelli il lavoro paziente e spesso invisibile che a San Michele ha consentito negli anni percorsi di formazione, rieducazione e reinserimento. Esperienze che non rappresentano un elemento accessorio, ma il cuore della funzione costituzionale della pena“.

“Smantellare questi percorsi senza spiegazioni e senza un progetto alternativo – aggiunge DemoS – significa indebolire il carcere. E, con esso, l’intera comunità che lo circonda, privandola di uno strumento fondamentale di coesione e responsabilità sociale. Ancora più grave appare il silenzio che accompagna la situazione del carcere Don Soria. Struttura storica ma ormai inadeguata, segnata da carenze strutturali e da un crescente disagio umano“.

Don Soria e l’emergenza del disagio penitenziario

“Qui, come in molte carceri italiane, la sofferenza si traduce troppo spesso in gesti estremi. I suicidi che hanno colpito Asti e Alessandria tra la fine del 2025 e l’inizio del 2026 non sono episodi isolati, ma l’ennesimo segnale di un sistema al collasso. I numeri sono inequivocabili. Ogni anno decine di persone si tolgono la vita in carcere, con un tasso di suicidi enormemente superiore a quello della popolazione libera. Un dramma che non riguarda solo i detenuti, ma anche gli operatori penitenziari, tra i quali il disagio psicologico è sempre più diffuso. Di fronte a questa realtà, il pericolo maggiore è l’assuefazione. Non si può accettare che la morte in custodia dello Stato diventi una statistica, né che il carcere venga percepito come uno spazio separato, estraneo alla coscienza collettiva”.

“Serve – conclude la nota – un cambio di paradigma. Meno annunci e più responsabilità, meno decisioni unilaterali e più coinvolgimento dei territori, meno logica emergenziale e più cura delle persone. ‘Spes contra spem’ non è uno slogan, ma un impegno concreto. Essere, come cittadini e come forze politiche, costruttori di speranza anche nei luoghi dove sembra impossibile immaginarla”.

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