“Avatar – Fuoco e cenere”
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Barbara Rossi  
13 Gennaio 2026
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10:45 Logo Newsguard
Polvere di stelle

“Avatar – Fuoco e cenere”

Il terzo episodio della saga dell'universo di Pandora creata da James Cameron eccede sia a livello narrativo che estetico, perdendo la poeticità degli esordi

«Dopo l’uscita de “La via dell’acqua”, ho iniziato a rivalutare e modificare alcune cose per rispondere a ciò a cui il pubblico aveva reagito», ha raccontato di recente James Cameron a “Movieplayer”. «A chi erano interessati? Quali parti della storia li coinvolgevano di più? Ho persino scritto nuove scene, siamo tornati sul set e abbiamo rifatto alcune sequenze.
È stato tutto molto fluido, molto creativo, e gli attori erano sempre disponibili». Il regista canadese si trovava, infatti, proprio sul set di “Avatar – Fuoco e cenere” – nel 2022 – mentre sugli schermi mondiali usciva “La via dell’acqua”, il secondo episodio della saga. Nell’ultimo fine settimana di dicembre “Fuoco e cenere” ha sbancato i botteghini Usa, detenendo saldamente il primato anche a livello mondiale, pur battuto – in Italia – dal film di “Gennaro Nunziante “Buen camino”. Eppure – se confrontiamo gli incassi di “La via dell’acqua” nel medesimo periodo di programmazione – balza all’occhio una discrepanza notevole: a riprova del fatto che il franchise continua a funzionare, ma con alcuni (e grossolani) limiti di fondo, probabilmente percepiti anche dallo spettatore meno allenato.

Fuoco, cenere e violenza virtuale

Uno dei temi portanti di questo “Avatar 3” è quello del conflitto: ritroviamo sulla luna di Pandora la famiglia Sully, guidata da Jake (Sam Worthington) e Neytiri (Zoe Saldana), insieme ai figli rimasti dopo la morte del primogenito Neteyam. Al villaggio acquatico Metkayna, si vive tra sensi di colpa, rimorsi e la preparazione a nuove battaglie (fili narrativi, peraltro, già tessuti ampiamente per tutto il secondo episodio): Jake raccoglie armi, con la disapprovazione dei capi villaggio, per fronteggiare l’eventuale ritorno della Gente del Cielo; il cacciatore di Tulkun Scoresby appronta una colossale flottiglia marina per catturare il maggior numero di cetacei, richiamati per la cerimonia di connessione all’Albero delle Anime; lo stesso Tulkun Payakan viene esiliato dal villaggio perché istiga i giovani maschi alla lotta contro gli umani; il colonnello Miles Quaritch (Stephen Lang) – ricombinato in forma Na’vi già nel precedente episodio – si organizza e allea con Varang (Oona Chaplin), sacerdotessa del clan Mangkwan, per catturare Jake e ucciderlo, mentre la tribù del fuoco dichiara guerra ai Na’vi, imprigionandoli e sottoponendoli a crideli torture.

Il conflitto, poi, non viene declinato solo sul piano strettamente fisico ma anche su quello relazionale e interiore, come contrasto di caratteri, idee e sentimenti: Lo’ak (Britain Dalton) è in guerra con sé stesso per avere involontariamente provocato la morte del fratello; Jake è in conflitto con il secondogenito per lo stesso motivo, mentre Neytiri cova un terribile astio verso chi non appartiene a livello genetico al suo popolo, come il giovane “Spider” (Jack Campion) e, senza ammetterlo sino in fondo, per lo stesso marito umano. Per non parlare del cieco intento guerrafondaio e nichilista di Varang, in parte giustificato nel plot dal racconto che ella fa dell’indifferenza della Madre Terra verso il suo popolo distrutto anni prima dall’eruzione di un vulcano, eppure senza freni. Per dirla con il nostro Cecco Angiolieri: «S’i fosse foco, arderei ‘l mondo…». Il film adotterà pure – come è stato detto – una prospettiva pacifista e antimilitarista, ma l’impressione è, invece, quella di trovarsi all’interno di un immenso videogioco di “Mortal Kombat”.

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Il volto del conflitto in “Avatar 3”: la guerriera e principessa Na’vi Neytiri (Zoe Saldana)

Varang, la dea del fuoco

Il personaggio di Varang – reso, come le altre figure che popolano l’universo di Pandora, con la tecnica della motion capture – e interpretato da Oona Chaplin, la nipote di Charlot, è tra i più interessanti e meno scontati di quest’ultimo episodio, presaga di futuri sviluppi nei prossimi capitoli.

Di lei la stessa giovane attrice, cilena per parte di padre con ascendenze mapuche, dice, in un’intervista al “Corriere della Sera” dello scorso 13 dicembre: «Si lancia contro le cose che le fanno paura. È una sopravvissuta che trae forza dalla sua debolezza, dalla disperazione, dal trauma di aver perso il suo modo di essere e la sua famiglia. Non è riuscita a guarire quel dolore, da lì è emersa la rabbia e lei è contenta di conviverci. E questo la rende più forte anche agli occhi dei suoi. In un mondo perfetto, lei cercherebbe di guarire le ferite. Ma ormai vuole solo distruggere. Questo la rende la cattiva della storia. È davvero l’eroina del suo popolo, una leader formidabile. Li ha riportati in vita, reinventando il loro modo di essere. Ha inventato una sua religione, si è costruita un sistema di potere che le permette di avere un rapporto diretto con il popolo del cielo, gli umani. È rivoluzionaria, a modo suo».

Culla – come dicevamo poc’anzi – di tensioni e conflitti pronti a deflagrare, incendiando – letteralmente – Pandora, polveriera con la miccia sempre accesa, Varang diviene il simbolo e l’espressione cardine di questo terzo “Avatar” in cui la guerra è la madre di tutte le cose, come sosteneva il filosofo greco Eraclito. In questo episodio le lontane radici del suo pensiero e del suo agire distruttivi vengono appena rivelate, lasciando scarso spazio alle sfaccettature di un carattere che appare assai monocromatico, infarcito di malvagità e sete di vendetta: del resto, sotto questo aspetto il plot non si smentisce e riserva a Varang epiteti fin troppo diretti e inequivocabili, dalla strega alla poco di buono. Un femminile complesso, ambiguo e men che meno pacificato, anche intrigante, di cui – però – ci aspettiamo un maggiore approfondimento nel proseguo della storia.

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Un suggestivo primo piano della regina guerriera Varang, interpretata da Oona Chaplin

 

La Madre Terra e il mito del Buon Selvaggio

Proprio Eiwa, la Madre Natura venerata dai Na’vi sia terrestri che acquatici e invisa per senso di abbandono del suo popolo da Varang, ricopre in “Avatar 3” una posizione piuttosto ambivalente e legata alla religione misterica praticata a Pandora, dove il contatto con la dimensione parallela abitata dagli antenati e dalla stessa entità cosmica è sempre possibile ma solo tramite l’utilizzo della coda neurale, e non in tutte le occasioni. Come dimostrano i ripetuti e insoddisfacenti tentativi praticati da Kiri (Sigourney Weaver), la figlia adolescente adottiva di Jake e Neytiri, che – diretta emanazione della Grande Madre – sembra coltivare con lei un rapporto particolare, avendone ereditato alcuni poteri.

Si tratta di un culto animistico che assume, qui, una spiccata sfumatura ecologica con diramazioni New Age, in linea del resto, con la descrizione piuttosto grossolana del clan primitivo guidato da Varang, assecondante – nel suo farsi facilmente traviare dall’offerta del colonnello Quaritch di armi potenti e letali mai conosciute nel corso della loro storia – il mito del buon selvaggio propugnato nel 700′ dal filosofo Rousseau e, prima di lui, da Montaigne. Una modalità che ricalca quella dei colonizzatori bianchi dei territori abitati dai nativi americani durante la “conquista del West” nel XIX secolo, già raccontata in abbondanza dal cinema degli ultimi decenni: l’omaggio di Cameron a un genere o il rispecchiamento della triste esperienza di sopraffazione dei popoli più forti su quelli più fragili e indifesi?

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Kiri, l’adolescente Na’vi che ha sviluppato su Pandora una stretta connessione con la Grande Madre

Una visione “Bigger than life”

In definitiva, l’impressione che si ricava da questo ultimo “Avatar – La via del fuoco” è quella di una sovrabbandanza di stimoli narrativi e, ancora di più, visivo-uditivi, sino ad arrivare a un eccesso cacofonico di stimoli sensoriali (reiterati in tre ore e più di durata del film) alla lunga sgradevoli per lo spettatore, a guisa, appunto, del percorso labirintico all’interno di un videogioco complesso e iperstimolante. Ciò che si smarrisce per questa via narrativa è il senso di meraviglia, la poesia che permeavano il racconto per immagini del primo “Avatar”, che ci auguriamo non vengano azzerati del tutto, nei prossimi capitoli, da logiche di mercato o dall’intento di dare vita a un universo davvero troppo “Bigger than life”.

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Una delle numerose scene di battaglia di “Avatar 3”

 

Avatar: Fuoco e Cenere (Avatar: Fire and Ash)

Origine: Stati Uniti, 2025, 197′

Regia: James Cameron

Sceneggiatura: James Cameron, Rick Jaffa, Amanda Silver

Fotografia: Russell Carpenter

Montaggio: James Cameron

Musica: Simon Franglen

Cast: Sam Worthington, Zoë Saldaña, Sigourney Weaver, Stephen Lang, Joel David Moore, Matt Gerald, Giovanni Ribisi, Edie Falco, Michelle Yeoh, Jemaine Clement, David Thewlis, Cliff Curtis, Oona Chaplin, Keston John, Bailey Bass

Produzione: Twentieth Century Fox, TSG Entertainment, Lightstorm Entertainment

Distribuzione: Walt Disney

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