Il “Buen Camino” di Checco Zalone
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Barbara Rossi  
19 Gennaio 2026
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10:26 Logo Newsguard
Polvere di stelle

Il “Buen Camino” di Checco Zalone

Checco Zalone - al secolo Luca Medici - ritorna sul grande schermo dopo un'assenza di cinque anni: vittorioso al botteghino ("Buen Camino" è il film italiano con il maggior incasso di sempre), resta carente sul piano dell'evoluzione del suo personaggio

A cinque anni dalla sua ultima fatica cinematografica, “Tolo tolo”, uscita nel 2020, Checco Zalone, oramai la maschera comica del cinema italiano attuale più di rappresentativa e di successo, cerca di colmare la lunga attesa per un suo nuovo film con “Buen camino”, che è uscito nelle sale il 25 dicembre, sfidando la spietata concorrenza di una pellicola come “Avatar” di James Cameron. Contemporaneamente, Zalone ripropone – a distanza di dieci anni da “Quo vado” – la proficua collaborazione con il regista Gennaro Nunziante, l’artefice di tutti i suoi film eccetto l’autogestito “Tolo tolo”, che cerca di mediare la scorrettezza della battuta con l’afflato morale.

Sul cammino, in cerca di Checco

«Il politicamente corretto e la commedia? Penso che invece di lamentarsi bisognerebbe essere scorretti, intelligentemente scorretti. Non avverto questo problema». Checco Zalone ha giustificato in questo modo – nel corso della presentazione romana del suo film – la presenza in “Buen camino” di alcune battute giudicate dalla critica di cattivo gusto e “scorrette” (vedi il riferimento a Gaza, a un film che ha affrontato la tragedia dell’Olocausto come “Schindler’s list” e l’approccio irrisorio al tema del body shaming). Gli ha fatto eco il regista Nunziante, affermando: «I romanzi di formazione partono da un presupposto e nella commedia italiana la differenza è nel finale. Le due battute sono parte del personaggio che è un uomo ricco, cretino, a cui sono permesse dal suo status. Poi c’è una rigenerazione. Se c’è una cosa che va colta nei finali dei nostri film è che si va incontro all’uomo. Lo si aiuta a crescere».

Se queste affermazioni sulla possibilità di una scorrettezza intelligente e dissacratoria rispetto a stereotipi e tabù e sui caratteri della commedia all’italiana che – dai tempi delle macchiette comiche costruite da Sordi, Tognazzi, Villaggio e quant’altri – ha ferocemente messo alla berlina vizi e virtù dell’italiano medio sono condivisibili, è più difficile trovarsi d’accordo con la palingenesi del protagonista, un po’ debole e poco convincente.

“Buen Camino” vorrebbe, pur con la formula della commedia “alla Zalone”, mettere in scena una storia edificante: quella di un tipo umano piuttosto discutibile, un padre immaturo a sua volta “figlio di papà”, poco acculturato e con un’intelligenza soltanto pragmatica, che – folgorato sulla via del cammino di Santiago de Compostela – riscopre la parte più autentica di sé, figlia compresa. Eppure, è proprio Checco che non si trova: dopo cinque anni di assenza dal grande schermo, ciò che manca è l’evoluzione del personaggio irritante, fustigatore attraverso una satira grassa e corrosiva del malcostume, anche quello politicamente orientato, ignorante e cafone. Ciò che rimane è lo Zalone (dall’espressione pugliese “Che cozzalone!”, che ha contraddistinto questa figura comica sin dagli esordi) già conosciuto e ormai stabilizzato nell’immaginario collettivo, ma un po’ più debole a livello di caratterizzazione.

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Checco Zalone sul cammino di Santiago in “Buen camino”

 

Il road movie di un padre sui generis

“Buen Camino” è anche un road movie in chiave comica, con tutte le peripezie del caso che coinvolgono sul cammino per Santiago il ricco e tamarro Checco, che vive di rendita, ha una fidanzata modella, una ex moglie attrice disoccupata (Linda, interpretata da Martina Colombari) e una figlia adolescente, Cristal (Letizia Arnò), di cui sa poco o nulla e che impara a conoscere lungo il percorso, insieme al vasto gruppo di pellegrini che incarnano l’aspetto più verace, pittoresco e realistico di un’umanità unita non solo dalla ricerca del sacro tout court, ma anche dalla speranza di superare crisi di sconforto e di fede, dolori, prove difficili da vivere. In questo consesso picaresco spicca la figura di Alma (Beatriz Arjona, molto efficace nel ruolo), tassello narrativo di rilievo entro una trama efficace per situazioni comiche, ma alquanto sfilacciata.

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Checco e la figlia Cristal in una scena del film

Una comicità stanca

È divertente, con quell’autoironia grottesca e irriverente che è sempre stata il marchio di fabbrica di Zalone, “Prostata enflamada”, la canzone che è anche l’esibizione finale con cui “Buen Camino” si chiude, con riferimento alla crisi – anche fisica – di mezza età di Checco. Si può dire, probabilmente la parte più divertente e spontanea, pur nell’azzeccata costruzione di una pellicola che, per il resto, si barcamena abilmente (bisogna riconoscerglielo) tra situazioni scontate, pallide battute non più irrorate da quella causticità che è stata una delle ragioni del successo del personaggio e una vaga moralità da cinema parrocchiale.
È stanco Checco, è stanca la sua comicità, a dispetto del risultato strabiliante al botteghino (capita che il gusto del pubblico e l’analisi critica non vadano di pari passo): la speranza è quella di non dover attendere un altro quinquennio per scoprire quale possibile trasformazione Luca Medici abbia ideato per ravvivare l’appeal del suo deus ex machina comico.
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Zalone nei panni dell’arricchito cafone Checco

 

Buen Camino

Origine: Italia, 2025, 90′

Regia: Gennaro Nunziante

Attori: Checco Zalone, Beatriz Arjona, Letizia Arnò, Martina Colombari

Sceneggiatura: Checco Zalone, Gennaro Nunziante

Fotografia: Massimiliano Kuveiller

Montaggio: Pietro Morana, Gennaro Nunziante, Checco Zalone

Scenografia: Marinella Perrotta

Produzione: Marco Cohen, Benedetto Habib, Fabrizio Donvito, Daniel Campos Pavoncelli per Indiana Production

Distribuzione: Medusa Film

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