Riforma della giustizia e separazione delle carriere, il nodo che divide
Sprint finale in vista del referendum. Martedì pomeriggio dibattito tra il presidente di Anm e procuratore di Alessandria, Cesare Parodi, e la vice presidente della Giunta delle Camere penali italiane, la penalista Giulia Boccassi
ALESSANDRIA – Riforma della giustizia, il nodo della separazione delle carriere: confronto tra sì e no martedì pomeriggio, tra il presidente dell’Associazione Nazionale Magistrati, Cesare Parodi (procuratore di Alessandria), e la vice presidente della Giunta delle camere Penali italiane, la penalista Giulia Boccassi.
Siamo allo sprint finale in vista del referendum di marzo. Intensificati incontri e confronti. La riforma della giustizia è al centro del dibattito politico e istituzionale, e con essa uno dei punti più controversi: la separazione delle carriere tra magistratura requirente e magistratura giudicante, ovvero tra pubblici ministeri e giudici.
Una questione tecnica solo in apparenza, perché tocca il cuore del sistema giudiziario italiano e il delicato equilibrio tra poteri dello Stato.
Il confronto si gioca, sostanzialmente, su due visioni opposte: da un lato chi considera la separazione una garanzia di imparzialità, dall’altro chi lo ritiene un indebolimento dell’indipendenza della magistratura.
Le ragioni del “sì”: più terzietà e chiarezza dei ruoli
I sostenitori della separazione delle carriere ritengono che il sistema attuale, in cui giudici e pubblici ministeri appartengono allo stesso ordine e possono passare da una funzione all’altra, crei un’ambiguità di fondo.
Secondo questa impostazione, la riforma servirebbe a rafforzare la percezione di neutralità del giudice, rendendolo più chiaramente distinto da chi sostiene l’accusa. Il principio è quello della terzietà: il giudice deve apparire e essere totalmente separato dalle parti processuali.
Le ragioni del “no”: rischio di un PM meno indipendente
Sul fronte opposto, i contrari alla separazione temono che la riforma possa aprire la strada a un pubblico ministero meno indipendente.
Il timore principale è che, separando le carriere, il PM possa diventare più esposto a logiche gerarchiche o influenze esterne, riducendo quella autonomia che oggi è garantita dall’appartenenza alla magistratura come ordine unitario.
Secondo questa visione, la separazione rischia di trasformare l’accusa in un corpo più simile a un apparato amministrativo, e dunque potenzialmente più vulnerabile al controllo politico.
I critici ribadiscono inoltre che il problema della giustizia italiana non risiede nella struttura delle carriere, ma nella carenza di risorse, nei tempi lunghi dei processi e nella complessità del sistema.
Una riforma destinata a dividere
La separazione delle carriere resta dunque uno dei punti più divisivi della riforma: per alcuni è un passo verso una giustizia più moderna e trasparente, per altri è un rischio che potrebbe alterare l’equilibrio costituzionale.
Il confronto è aperto e destinato a proseguire, perché ogni intervento sulla giustizia non riguarda soltanto tribunali e addetti ai lavori, ma il rapporto profondo tra cittadini, Stato e democrazia.