Nizza Monferrato: uccise il padre violento, Makka è stata assolta. E’ stata legittima difesa
La Procura generale ha chiesto la conferma della condanna di primo grado: 9 anni e 4 mesi. I giudici della Corte d'Assise d'Appello di Torino, invece, hanno accolto le tesi difensive dell'avvocato Massimiliano Sfolcini
NIZZA MONFERRATO – Makka Sulaev, la ragazza di vent’anni che ha ucciso il padre violento, è stata assolta dalla Corte d’Assise d’Appello di Torino. La procura generale ha chiesto la conferma della sentenza di condanna emessa dalla Corte d’Assise alessandrina, ovvero 9 anni e 4 mesi di carcere, ritenendola fondata. Ma i giudici hanno accolto le tesi difensive per cui si è battuto il difensore della ragazza, l’avvocato Massimiliano Sfolcini: Makka ha agito per legittima difesa, non poteva comportarsi in un modo diverso quel giorno, era impaurita e terrorizzata dal comportamento – ripetuto nel tempo – di un padre che minacciava e picchiava lei e la madre. E che quel pomeriggio stringeva le mani attorno al collo della moglie.
Bisognerà attendere sessanta giorni per conoscere le motivazioni della decisione. Ma è probabile che la testimonianza della maestra, amica di famiglia, che quel giorno era in casa e ha assistito a tutto l’orrore, oltre all’aver riascoltato in aula le registrazioni di Makka e della sorellina più piccola, abbiano fatto la differenza. Perché, evidentemente, ascoltare ciò che accadde quel giorno nell’abitazione dove viveva la famiglia, ha restituito un quadro di violenza, paura e terrore.
Makka, dunque, ha agito per legittima difesa. Colpì il padre con due coltellate, uno il fendente mortale, per proteggere se stessa e la mamma dalla violenza dell’uomo che, invece, avrebbe dovuto tutelarle in quanto genitore e marito. Le sue lacrime alla lettura della sentenza, raccontano molte emozioni. Tristezza, gioia, dolore. Un vissuto che purtroppo peserà nel suo cuore, per sempre.
Storia del processo
Il delitto è avvenuto il 1° marzo del 2024 nell’alloggio di Nizza Monferrato dove viveva la famiglia: il papà, la mamma, due figlie femmine (di cui Makka era la maggiore ed aveva appena compiuto 18 anni) e due figli maschi. Di origini cecene, erano fuggiti in Italia dalla guerra civile in patria. Ma, secondo quanto è emerso durante il dibattimento, mentre madre e figli facevano grandi sforzi per integrarsi, studiare, lavorare e imparare la lingua, il padre aveva sempre opposto grande resistenza.
Mercoledì scorso, 3 giugno, la Corte d’Assise d’Appello ha accolto le richieste della difesa particolarmente rilevanti: il nuovo esame di una testimone oculare, un’amica di famiglia che si trovava in casa durante la terribile sequenza che portò poi all’uccisione dell’uomo. E l’ascolto, seppur parziale ma riguardante i punti salienti della tragedia, di alcune registrazioni effettuate con telefoni cellulari che documentano quanto stava accadendo prima del fendente letale.
Makka era lì, in aula, come sempre in silenzio, educata, seduta accanto al suo avvocato, Massimiliano Sfolcini. Il legale che si è battuto, da subito, per dimostrare la legittima difesa della ragazza, costretta a vivere in un ambiente scandito dalle violenze del padre.
La testimone
Così, davanti alla Corte è stata sentita l’amica, un’insegnante, testimone chiave perché presente ai fatti. Colei che ha chiamato i carabinieri, che è intervenuta per far cessare le continue aggressioni a moglie e figlia da parte del marito e padre. La persona che ha assistito a tutto ciò che accadde quel giorno. Sono stati riascoltati gli audio: sia la registrazione fatta dalla figlia più piccola, che quelle di Makka. Piccole porzioni significative per rievocare alla teste, e permetterle di spiegare.
La fotografia di quel giorno ora è chiara. Si trattò di un’aggressione di lui verso la moglie e la figlia che cercava di difendere la mamma. Una violenza svolta su più fasi. Un racconto dettagliato, quello della teste, in cui si spiega come l’uomo abbia afferrato con entrambe le mani il collo della moglie, e poi le botte. Ripetute, lungo il corridoio e poi in stanza. Un quadro violento e doloroso che ha generato il terrore nei componenti della famiglia. Una storia che si ripeteva.
In primo grado, 9 anni
In primo grado, la Corte d’Assise di Alessandria, dopo tre ore e mezza di Camera di consiglio aveva condannato l’imputata a 9 anni e 4 mesi di reclusione. Era stata esclusa la premeditazione e revocata la misura cautelare in corso (arresti domiciliari), sostituita con l’obbligo di presentazione quotidiana presso i Carabinieri di Nizza (sabato e domenica esclusi).
Accusa e difesa avevano fornito due letture diverse su ciò che accadde quel giorno, e perché. Ma, in entrambi i casi, ne era emerso un quadro sconcertante di violenze domestiche e minacce. L’avvocato Sfolcini aveva sostenuto che la ragazza «prima di essere imputata, è una vittima». Il pubblico ministero Andrea Trucano aveva chiesto 7 anni di reclusione.
Oggi pomeriggio, dopo un’ora e venti minuti di Camera di consiglio, i giudici torinesi hanno letto il verdetto. Makka va assolta.