L'ex Br Azzolini: “Alla Spiotta c'ero, mi dispiace per le due persone morte”
ALESSANDRIA - La storia di 50 anni fa torna prepotente e dolorosa nell'aula del Tribunale alessandrino dove, davanti alla Corte…
ALESSANDRIA – All’alba del 4 giugno 1975 le Brigate Rosse compiono un salto di qualità nella loro strategia criminale. A finire nelle mani di un nucleo armato dell’organizzazione è Vittorio Vallarino Gancia, erede della storica casa vinicola piemontese, rapito con l’obiettivo di ottenere un riscatto destinato a finanziare la lotta armata. Il sequestro dura poco più di ventiquattr’ore, ma si conclude in modo drammatico: il 5 giugno, nella cascina Spiotta d’Arzello di Melazzo, sulle colline dell’Acquese, un conflitto a fuoco tra brigatisti e carabinieri provoca la morte dell’appuntato Giovanni D’Alfonso e di Margherita Cagol, moglie di Renato Curcio. L’ostaggio viene liberato illeso, ma quell’episodio segna una svolta nella storia del terrorismo italiano, aprendo una fase ancora più violenta degli anni di piombo.
L'ex Br Azzolini: “Alla Spiotta c'ero, mi dispiace per le due persone morte”
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Oggi, a distanza di 51 anni da quei drammatici momenti, il processo vede alla sbarra tre ex brigatisti: sono Renato Curcio, Mario Moretti e Lauro Azzolini.
Il processo davanti alla Corte d’Assise di Alessandria, presieduta da Paolo Bargero, per far luce sulla morte del carabiniere Giovanni d’Alfonso è alle battute finali. I procuratori Emilio Gatti e Ciro Santaniello hanno chiesto la condanna all’ergastolo per Renato Curcio e Mario Moretti, e 21 anni di carcere per Lauro Azzolini.
Secondo l’accusa, Curcio e Moretti avrebbero avuto un ruolo di mandanti e organizzatori dell’azione. Responsabili, per i Pm, sia sotto il profilo morale sia materiale dei fatti che portarono alla morte dell’appuntato e della brigatista Mara Cagol. Per Azzolini, che ha ammesso parte delle proprie responsabilità, sono state riconosciute le attenuanti generiche: ha parzialmente confessato. Azzolini ha ammesso – dopo 50 anni – di essere lui il brigatista x, l’uomo che fuggì dalla Spiotta durante le fasi violente della liberazione dell’ostaggio. Ma non ha fornito la dinamica precisa sugli spari che portarono alla morte D’Alfonso.
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L’accusa ha ribadito in aula come il procedimento non riguardi il giudizio storico sulle Brigate Rosse. Ma un normale processo per omicidio, avviato anche in seguito all’esposto presentato nel 2021 dai figli di d’Alfonso per conoscere l’identità dell’assassino del padre. Ha inoltre sottolineato che non è anomalo celebrare un processo a cinquant’anni dai fatti, osservando che lo stesso accadrebbe per qualsiasi altro omicidio irrisolto. Il caso, hanno spiegati i Pm, non richiede maggiore severità perché legato alle Brigate Rosse, ma che a un omicidio devono comunque seguire le sanzioni previste dalla legge.
Si torna in aula la prossima settimana. Il 23 giugno parleranno le difese dei tre imputati