Alessandria: caso Solvay, la Cgil non arretra, ‘no ad accordi, servono bonifiche’
Il Tribunale di Alessandria
Cronaca
Monica Gasparini  
24 Giugno 2026
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20:00 Logo Newsguard
Dossier Spinetta

Alessandria: caso Solvay, la Cgil non arretra, ‘no ad accordi, servono bonifiche’

Domani l’udienza davanti al Gup. Il segretario generale Oliaro ribadisce di restare parte civile nel procedimento: «Vicini a lavoratori e cittadini»

ALESSANDRIA – Caso Solvay: il prossimo passaggio è fissato per domani, giovedì 25 giugno, quando il procedimento tornerà davanti al Gup di Alessandria. L’udienza interlocutoria del 3 giugno scorso aveva registrato l’anticipazione della volontà di patteggiamento da parte della difesa di due ex dirigenti dello stabilimento di Spinetta Marengo, subordinato però alla derubricazione dell’accusa da disastro ambientale colposo a inquinamento ambientale.

Ipotesi su cui la Procura aveva alzato un muro. In attesa della prossima tappa giudiziaria, abbiamo raccolto le valutazioni della Cgil, rimasta come parte civile – con pochi altri – nel procedimento.

Cgil, parla Mirko Oliaro

«Non abbiamo accettato e non avremmo accettato», sottolinea Mirko Oliaro, nuovo Segretario Generale Cgil. Il sindacato rivendica la scelta di costituirsi parte civile non per ottenere un risarcimento economico, ma come «atto politico» a tutela dei lavoratori e della cittadinanza. La costituzione di parte civile, spiega Oliaro, non ha finalità economiche.

«La nostra presenza è un atto di vicinanza e di partecipazione attiva nei confronti dei lavoratori del polo chimico (ora gestito da Syensqo), di quelli delle ditte in appalto e dei cittadini. Non avremmo sottoscritto alcun accordo economico, indipendentemente dalla cifra proposta, perché non era quella la nostra intenzione».

L’obiettivo resta quello di «rimarcare che lavoratori e cittadini hanno subito e continuano a subire un danno» e fare pressione, dentro e fuori la fabbrica, affinché venga garantita la tutela della salute.

Grande attenzione è rivolta agli esiti del biomonitoraggio e alle indagini scientifiche in corso. Ovvero alla terza fase dell’indagine epidemiologica, l’eventuale correlazione tra inquinanti e patologie. «Con molto interesse stiamo osservando i risultati del biomonitoraggio sui cittadini, e sui lavoratori. Speriamo di vedere entro qualche mese gli esiti dell’indagine affidata all’Università e finanziata dal Comune».

Lo studio, ricorda, dovrebbe monitorare anche la salute dei lavoratori utilizzando dati forniti dall’azienda. Al momento, però, è ancora fermo. «Siamo curiosi anche noi di conoscere i risultati».

Terza fase: causa e effetto

La questione del nesso causale, sottolinea il segretario generale Cgil, può essere affrontata solo attraverso evidenze scientifiche.

«La dimostrazione del nesso causale si fa sulla base di dati scientifici. Senza quelli si ha l’inizio e la fine, ma manca tutto ciò che sta in mezzo». In questo senso, oltre ai dati raccolti dall’Università, sarà importante anche il contributo delle analisi della Regione Piemonte.

Ma il tema centrale, sottolinea, resta uno: il tempo. «L’azienda deve dimostrare, carte alla mano, di dismettere il prima possibile la produzione delle sostanze ritenute dannose per l’ambiente e per i cittadini dalla sentenza della Cassazione». Una scelta che, secondo il sindacato, rappresenterebbe soltanto «la fine di una parte del problema», perché restano aperte tutte le questioni legate alla storia del sito.

«L’azienda deve rimanere aperta – sottolinea Oliaro – Non soltanto perché ci sono mille posti di lavoro, che sono fondamentali, ma a maggior ragione per le bonifiche. Chi le fa? Chi le deve portare avanti? Pensiamo che se ci fosse una responsabilità rispetto a delle azioni che dovevano essere compiute e che non sono state compiute di bonifica, quella deve essere accollata all’azienda. E l’azienda ci deve essere, ma nella continuità della produzione. È quello il punto. C’è la tutela delle persone e c’è la bonifica. L’azienda è nella condizione economica, essendo una grandissima multinazionale, di trovare sia soluzioni alternative (che ci sono) con i relativi investimenti, indipendentemente dal loro costo. Perché ha una responsabilità sociale che deve esercitare nei confronti dei suoi dipendenti, delle ditte a cui dà lavoro in appalto, ma, soprattutto, nei confronti del territorio. Mettere in atto la bonifica che per decine di anni non è stata portata avanti».

«Noi faremo una battaglia per mantenere quel sito lì, ma con queste caratteristiche. Siamo stufi – conclude – di realtà industriali abbandonate e di costi di bonifica e di riqualificazione che poi ricadono sulla collettività. Dall’Acna di Cengio all’Eternit di Casale Monferrato, questa provincia conosce bene gli esempi».

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