Italia incompiuta
L’Italia non è una Nazione senza identità. Al contrario, possiede radici profonde, stratificate e spesso contraddittorie. Il problema è trasformare questa eredità in un racconto comune, capace di tenere insieme memoria, Repubblica, fiducia istituzionale e futuro condiviso
Il 2 giugno 1946 quasi nove italiani su dieci andarono alle urne per scegliere tra monarchia e repubblica ed eleggere la Costituente. Per la prima volta votarono anche le donne, e la Repubblica nacque dalla prima piena partecipazione politica del popolo italiano. Settantasei anni dopo, nel 2022, l’affluenza scese al 63,91%, minimo storico repubblicano. Eppure, nel 2025, la maggioranza degli italiani continuava a considerare una fortuna vivere in Italia. Il paradosso è qui: non è venuto meno l’amore per il Paese, ma il riconoscimento delle istituzioni repubblicane come forma comune delle molte identità italiane.
L’Italia non arrivò al 1946 come una pagina bianca. Alle spalle aveva Roma, la Chiesa, i Comuni, le signorie, il Rinascimento, una lingua letteraria nata prima dello Stato e una pluralità di dialetti che spesso erano veri sistemi linguistici autonomi. Era una civiltà riconoscibile da secoli, ma disordinata, locale prima che nazionale. Anche il divario Nord-Sud e le fratture economiche non nacquero dal nulla: avevano radici precedenti, ma si consolidarono dentro lo Stato unitario. Il problema italiano, dunque, non è l’assenza di identità, ma il suo eccesso non ricomposto.
Su questo retroterra si abbatté il fascismo, che non può essere liquidato come parentesi esterna. Fu una possibilità interna della storia italiana, sostenuta, tollerata, subita o utilizzata da settori ampi della società. Riconoscerlo non significa condannare un popolo, ma evitare la scorciatoia dell’autoassoluzione. La Resistenza ne esce anzi più vera, perché appare come scelta compiuta dentro un Paese lacerato. Il nodo è che quella frattura fu più riassorbita che compresa, più archiviata che attraversata. La Repubblica nacque così su un trauma interno non pienamente elaborato.
Eppure, nel 1946, accadde qualcosa di straordinario. Un Paese distrutto da guerra, dittatura e guerra civile decise insieme la propria forma di Stato. Le donne entrarono pienamente nella cittadinanza politica. La Costituente raccolse cattolici, comunisti, socialisti, liberali, azionisti, e trasformò la frattura in promessa. La Costituzione non fu soltanto un testo giuridico, ma il tentativo di dare un futuro condiviso a una nazione ferita.
Per trent’anni quella promessa resse. Dal 1948 al 1976 l’affluenza rimase sopra il 90%, fino al 93,39%. Si votava perché si apparteneva: a una classe, a una fede, a un partito, a un territorio, a un’idea di futuro. Partiti di massa, sindacati, parrocchie, sezioni, case del popolo e reti associative legavano il voto alla vita quotidiana. Anche il miracolo economico diede sostanza materiale alla Repubblica: lavoro, casa, scuola, automobile, televisione, mobilità sociale. Non era solo un patto costituzionale, ma una promessa visibile.
Quella stagione non va idealizzata: corruzione, consociativismo e blocco del ricambio erano già presenti. Ma il voto significava ancora qualcosa. L’atlantismo e l’europeismo offrirono cornici decisive, ma non diventarono mai pienamente identità repubblicana condivisa: il primo rimase scelta di governo più che appartenenza popolare, il secondo oscillò tra entusiasmo, disciplina esterna e disillusione. Anche la scuola tentò di formare il cittadino repubblicano con l’educazione civica, ma senza continuità sufficiente.
La rottura arrivò lentamente. Prima crebbero schede bianche e nulle: il cittadino deluso entrava ancora nel rito del voto, ma lo contestava dall’interno. Poi smise di entrarci. L’affluenza scese al 75,2% nel 2013, al 72,9% nel 2018, fino al 63,91% del 2022. Non fu pigrizia civica, ma il segno di una promessa indebolita: crescita ferma, mobilità sociale bloccata, partiti svuotati, sfiducia nelle istituzioni. Una parte dell’astensione è involontaria o apparente, ma lo scollamento resta reale.
Ottant’anni di Repubblica non hanno dovuto inventare l’identità italiana: hanno provato a ricomporla. Quando la promessa materiale ha cominciato a incrinarsi, anche il legame istituzionale si è allentato. L’Italia non è una nazione senza identità; è una nazione con troppe identità non ancora ordinate in una forma comune. Il declino dell’affluenza non dimostra che gli italiani non amino più l’Italia: dimostra che il compito aperto nel 1946 — ricomporre le identità italiane in una Repubblica adulta — resta incompiuto.
Enrico Arcangelo Stanziale
Enrico Arcangelo Stanziale: è laureato con lode in Scienze Storiche presso l’Università degli Studi di Napoli Federico II e ha frequentato il corso di geopolitica e governo “Le chiavi del mondo” della Scuola di Limes. Cofondatore di Itineraria A.I., appassionato da sempre di storia e geopolitica, è consulente storico e analista, con un interesse trasversale per i grandi mutamenti politici, economici e culturali che plasmano il mondo contemporaneo. Attraverso itinerariaonline.it condivide riflessioni, analisi e approfondimenti pensati per offrire strumenti di comprensione critica della realtà internazionale.