Omicidio di Capodanno: morte Antonella Guarnero, riaperto il caso dopo 33 anni
L'indagine della Procura di Vercelli: già sentiti diversi testimoni, nuove analisi del DNA sui reperti per identificare chi uccise la giovane donna. Riesumata la salma
CASTELLETTO MERLI – Per tre decenni è rimasto uno dei più noti cold case del territorio. Ora “l’omicidio di Capodanno” potrebbe arrivare a una svolta: la Procura di Vercelli ha riaperto l’inchiesta sull’omicidio di Antonella Guarnero. Riesumata la salma. I nuovi accertamenti scientifici sui reperti raccolti nel 1993, potrebbero dare le risposte che famiglia e amici cercano da 33 anni. L’obiettivo è verificare se le moderne tecniche di analisi del DNA possano finalmente dare un nome all’assassino.
L’ultima notte di Antonella
Antonella lavorava come centralinista alla Cold Car, nota azienda del territorio, ed era figlia di Felice Guarnero, segretario locale della Democrazia Cristiana. La sera del 31 dicembre 1992 aveva festeggiato il Capodanno al ristorante S’ciapa Pum di Roncaglia insieme a un gruppo di 23 giovani. Indossava un abito scelto con cura per l’occasione: una minigonna rossa con strass, scarpe eleganti e una lunga pelliccia bianca.
Secondo le ricostruzioni dell’epoca, verso le 5 del primo gennaio, tre amici l’avevano riaccompagnata alla sua Lancia Y10, parcheggiata davanti alla chiesa di San Germano. Da lì, Antonella avrebbe dovuto percorrere una ventina di chilometri per tornare a casa a Sogliano (frazione di Castelletto Merli). Ma non vi entrò mai, nonostante l’auto fosse stata ritrovata parcheggiata nel cortile della sua abitazione.
Un delitto brutale
Cos’è successo ad Antonella in quelle poche ore? Il corpo fu rinvenuto in località Terfengo, a Castelletto Merli, intorno alle 10 da un agricoltore vietnamita che si stava recando al lavoro. La scena che si presentò ai soccorritori fu terribile: Antonella era seminuda, strangolata a mani nude dopo quella che è apparsa come una strenua difesa della giovane. Aveva le unghie spezzate e le lesioni sul corpo. Il medico legale stimò l’ora del decesso tra le 6 e le 7 del mattino.
(Località Terfengo, dove è stata ritrovata Antonella)
Le indagini iniziali furono rallentate da un evento singolare: la pelliccia della vittima fu ritrovata a Moncalvo da un agricoltore che, ignorandone la provenienza, la portò a lavare in tintoria, distruggendo così potenziali tracce biologiche fondamentali. Nonostante i numerosi interrogatori e i sospetti su un movente passionale, il caso è rimasto irrisolto.
(Località Moncalvo Stazione, il luogo dove sarebbe stata ritrovata la pelliccia di Antonella)
La speranza della scienza forense
Oggi la tecnologia offre una seconda possibilità. Su istanza della famiglia, assistita dall’avvocato Michele Allamprese, i magistrati puntano sulle moderne tecniche di analisi del DNA. Oltre ai resti riesumati, verranno analizzati minuziosamente i vestiti e gli altri campioni biologici conservati. Il fratello di Antonella, Pier Massimo Guarnero, che non ha mai smesso di cercare la verità anche dopo la scomparsa dei genitori (il padre Felice nel 2017, la madre l’anno scorso), attende ora che quei reperti (alcuni furono distrutti nel corso degli anni) possano finalmente dare un nome all’assassino che la giovane, con ogni probabilità, stava aspettando quella mattina di trent’anni fa.
Alle tracce biologiche potranno essere d’aiuto agli inquirenti i ricordi di chi quella sera era presente alla cena.
Il lavoro della criminologa
Siamo in una fase dell’indagine che non permette ulteriori nostri approfondimenti. Del caso si è occupata la criminologa Antonella Delfino Pesce, che ha seguito il percorso che ha portato alla riapertura delle indagini. Un lavoro lungo, nato su incarico del fratello di Antonella e culminato nell’accoglimento dell’istanza da parte della Procura.
«Mi sono occupata della riapertura del caso su incarico di Pier Massimo, fratello di Antonella. È stato un lavoro lungo: ho acquisito tutti i fascicoli, effettuato sopralluoghi e, al termine, ho consegnato la mia relazione all’avvocato della famiglia. Quindi ha presentato l’istanza di riapertura alla Procura di Vercelli. L’istanza è stata accolta. Per arrivare a questo risultato ci sono voluti circa un anno e mezzo, due anni di lavoro».
Ripercorrendo la vicenda personale della giovane, la criminologa sottolinea anche il contesto sociale dell’epoca: «Antonella era una ragazza normale. Le piaceva uscire, andare in discoteca, ma nel 1993 erano altri tempi. Credo che, in una realtà come quella, non fosse semplicissimo fare ciò che oggi consideriamo normale: Antonella aveva cercato di rendersi il più possibile indipendente, in anticipo sui tempi».
Nel corso delle nuove attività investigative, aggiunge, non sono mancati nuovi elementi raccolti attraverso le testimonianze: «Ci sono state persone che si sono confidate e si sono aperte. Come accade spesso, altre invece si sono negate. C’è chi, con il passare del tempo, ha capito l’importanza di dare una mano e chi, dopo trent’anni, continua a non fare quello che dovrebbe essere un dovere civico».
I luoghi
Dopo 33 anni, i luoghi dell’omicidio e quelli attraversati dalla donna nei suoi ultimi spostamenti sono rimasti quasi immutati. Intorno, la vita è andata avanti, il tempo è trascorso, ma la memoria non si è affievolita. La gente non ha dimenticato. Ciò che è cambiato davvero è la tecnologia. Ed è proprio quella tecnologia, oggi, che potrebbe finalmente offrire le risposte rimaste sospese per oltre tre decenni.