Cascina Spiotta, il giorno della verità: attesa la sentenza per l’omicidio D’Alfonso
Dopo le repliche di accusa, parti civili e difese, la Corte d'Assise di Alessandria è riunita in Camera di consiglio per decidere sul destino di tre ex Br (Lauro Azzolini, Renato Curcio e Mario Moretti)
ALESSANDRIA – Il processo ai tre ex brigatisti accusati dell’omicidio di Giovanni D’Alfonso, il carabiniere ucciso il 5 giugno 1975 alla cascina Spiotta di Arzello di Melazzo durante la liberazione dell’imprenditore Vallarino Gancia sequestrato il giorno prima, è al rush finale. La Corte d’Assise di Alessandria, presieduta da Paolo Bargero, dalle 13 è riunita in Camera di consiglio. La sentenza prevista in giornata.
Questa mattina è stato il tempo delle repliche. Accusa, parti civili e difensori si sono confrontati su più punti, ognuno è rimasto sulle proprie posizioni limando dove possibile concetti già espressi. Sotto accusa Lauro Azzolini, Renato Curcio e Mario Moretti. Quel giorno morì anche Mara Cagol, moglie di Curcio.
Nell’udienza del 19 giugno, i pubblici ministeri Emilio Gatti e Ciro Santoriello avevano chiesto l’ergastolo per Curcio e Moretti (per concorso morale), e 21 anni per Azzolini.
Uno degli argomenti fondamentali: le colonne (le principali articolazioni territoriali dell’organizzazione) a quel tempo, erano autonome oppure le decisioni venivano prese da figure apicali? Sul punto, le versioni sono discordanti.
Le parti civili si sono battute per dimostrare che c’era un’organizzazione centrale, ne è la prova l’esistenza del Comitato Esecutivo Br.
Di diverso avviso i difensori, secondo cui Mara Cagol agì in autonomia, perché poteva farlo.
E il conflitto a fuoco? Per le difese, non cercavano quel tipo di azione. Quel giorno decisero di fuggire, e senza farsi scudo con l’ostaggio. Per i legali di parte civile, invece, le Br “sparavano, e sparavano per uccidere”.
La ricerca della verità
Il pool che assiste la famiglia D’Alfonso – l’avvocato Sergio Favretto assiste Bruno D’Alfonso, figlio del militare ucciso e perno fondamentale dell’inchiesta che ha portato al processo – ha spiegato come l’interesse principale di questo processo sia la ricerca della verità. Le eventuali pene avrebbero un valore sostanzialmente simbolico. E per quanto riguarda un eventuale risarcimento, allora sarà devoluto ad una associazione che si occupa della tutela dei minori: “Così come sono stati i nostri assistiti nel 1975”.
L’avvocato Davide Steccanella, che assiste Lauro Azzolini, ha ribattuto come il perno di questo processo sia proprio la confessione del suo assistito che, a inizio dibattimento, ha dichiarato in aula di essere lui il brigatista che il 5 giugno 1975 fuggì dalla cascina Spiotta durante il conflitto a fuoco. Il legale ha chiesto una sentenza giusta, e non vendicativa.
L’udienza del 23 giugno
Un lungo excursus storico per inquadrare la nascita delle Brigate Rosse e il clima politico e sociale che caratterizzò quegli anni. È da qui che l’avvocato Davide Steccanella aveva scelto di far partire gran parte della sua arringa difensiva, sostenendo che senza ripercorrere quel periodo sia impossibile comprendere appieno i contorni della vicenda della Cascina Spiotta. E, quindi, le responsabilità oggi contestate al suo assistito Lauro Azzolini. Solo dopo questa ricostruzione il legale ha affrontato gli aspetti strettamente processuali, chiedendo la prescrizione del reato o non luogo a procedere.
Per l’avvocato Burani (difensore di Renato Curcio) e l’avvocato Francesco Romeo che assiste Mario Moretti, i due imputati devono essere assolti.
«Non è processo normale»
L’avvocato Steccanella aveva sostenuto, e lo ha ribadito questa mattina, come quello che si sta svolgendo davanti alla Corte d’Assise di Alessandria non sia «un processo normale». Lo aveva ripetuto più volte rivolgendosi al pubblico ministero Ciro Santoriello.
La richiesta di improcedibilità nei confronti di Azzolini deriverebbe dal fatto che la precedente decisione giudiziaria che aveva interessato Azzolini non avrebbe potuto essere revocata in assenza della sentenza e degli atti originali del Tribunale di Alessandria, nel frattempo andati perduti.
Perché ha proposto la prescrizione del reato? A oltre cinquant’anni dai fatti, aveva precisato il legale, una eventuale condanna non sarebbe più in grado di svolgere la funzione rieducativa della pena prevista dalla Costituzione. «La prescrizione è una forma di fare giustizia, non è un’impunità», aveva affermato.
Nella lettera letta il 23 giugno, Azzolini ha ripercorso quei drammatici momenti, sottolineando «il rispetto» nei confronti di D’Alfonso. Una morte non voluta. E un pensiero verso Mara Cagol: «Te lo dovevo».