Cascina Spiotta, il verdetto che chiude un capitolo della storia italiana
La Corte d'Assise di Alessandria conclude il processo per la sparatoria del 5 giugno 1975: l'ex brigatista Lauro Azzolini è stato condannato a sei anni di reclusione, mentre per Renato Curcio e Mario Moretti è stata dichiarata la prescrizione dopo la riqualificazione del reato
ALESSANDRIA – Si è chiuso poco dopo le 17 di oggi, a oltre mezzo secolo dai fatti, il procedimento giudiziario sulla sparatoria della Cascina Spiotta, nelle campagne dell’Acquese, uno degli episodi più significativi degli anni di piombo. La Corte d’Assise di Alessandria ha condannato l’ex brigatista Lauro Azzolini a sei anni di reclusione per i fatti del 5 giugno 1975. Quel giorno, durante il blitz dei carabinieri per liberare l’imprenditore Vittorio Gancia, rapito il giorno precedente dalle Brigate Rosse, perse la vita l’appuntato Giovanni D’Alfonso.
La pena inflitta ad Azzolini sarà eseguita in continuazione con quella già pronunciata nei suoi confronti dalla Corte d’Assise di Roma il 24 gennaio 1983 (irrevocabile il 14 novembre 1985), nell’ambito del processo per il sequestro di Aldo Moro e la strage di via Fani.
Esito diverso per gli altri due imputati, Renato Curcio e Mario Moretti. Per entrambi i giudici hanno dichiarato l’estinzione del reato per intervenuta prescrizione, dopo aver riqualificato l’accusa in una diversa fattispecie rispetto a quella contestata inizialmente dalla Procura di Torino. La nuova qualificazione giuridica ha infatti fatto venir meno la perseguibilità del reato per il decorso dei termini previsti dalla legge.
Bisognerà attendere 90 giorni per conoscere le motivazioni della sentenza, letta dal presidente della Corte d’Assise Paolo Bargero.
Le parole del figlio di D’Alfonso
In aula, seduta dietro la pubblica accusa, e accanto ai loro legali, c’era la famiglia di Giovanni D’Alfonso. L’appuntato morto durante la liberazione dell’imprenditore Vallarino Gancia tenuto ostaggio proprio nella cascina isolata sulle colline dell’Acquese, ad Arzello di Melazzo. Bruno d’Alfonso, figlio del carabiniere ucciso, insieme al suo legale, Sergio Favretto, ha avuto un ruolo determinante nell’inchiesta che ha portato al processo.
“Sono soddisfatto – spiega Bruno, il figlio della vittima – perché si è arrivati all’epilogo di questa storia. Comunque è emersa questa responsabilità dell’autore del reato di mio padre. E’ qualcosa che cercavo che alla fine è arrivata. come è arrivata…. L’importante è che sia emersa la giustizia con la sua legittimità. Sia stato messo un sigillo a questa storia”.
La storia di quei drammatici giorni
All’alba del 4 giugno 1975 le Brigate Rosse compiono un salto di qualità nella loro strategia criminale. A finire nelle mani di un nucleo armato dell’organizzazione è Vittorio Vallarino Gancia, erede della storica casa vinicola piemontese, rapito con l’obiettivo di ottenere un riscatto destinato a finanziare la lotta armata. Il sequestro dura poco più di ventiquattr’ore, ma si conclude in modo drammatico: il 5 giugno, nella cascina Spiotta d’Arzello di Melazzo, un conflitto a fuoco tra brigatisti e carabinieri provoca la morte dell’appuntato Giovanni D’Alfonso e di Margherita Cagol, moglie di Renato Curcio. L’ostaggio viene liberato illeso, ma quell’episodio segna una svolta nella storia del terrorismo italiano, aprendo una fase ancora più violenta degli anni di piombo.
A distanza di 51 anni da quei drammatici momenti, il processo ha visto alla sbarra tre ex brigatisti: Renato Curcio, Mario Moretti e Lauro Azzolini.
I procuratori Emilio Gatti e Ciro Santaniello avevano chiesto la condanna all’ergastolo per Renato Curcio (difeso dall’avvocato Burani) e Mario Moretti (assistito da Francesco Romeo), e 21 anni di carcere per Lauro Azzolini (difeso da Davide Steccanella).
Secondo l’accusa, Curcio e Moretti avrebbero avuto un ruolo di mandanti e organizzatori dell’azione. Responsabili, per i Pm, sia sotto il profilo morale sia materiale dei fatti che portarono alla morte dell’appuntato e della brigatista Mara Cagol. Per Azzolini, che ha ammesso di essere lui il brigatista scappato durante la sparatoria, erano state riconosciute le attenuanti generiche: ha parzialmente confessato.
Oggi, la Corte, composta da giudici togati e popolari, ha deciso diversamente.