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Vita locale, lavoro da remoto: proteggere i propri dati è diventato indispensabile?
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28 Luglio 2026
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09:15
Smart working

Vita locale, lavoro da remoto: proteggere i propri dati è diventato indispensabile?

Lavorare da casa, al bar sotto casa o mentre si è in viaggio ha reso il confine tra vita privata e lavoro sempre più sfumato

Documenti, password e conversazioni passano ogni giorno su reti diverse, che non sempre si possono controllare fino in fondo. Non è quindi un problema che riguarda solo le grandi aziende: tocca da vicino dipendenti, liberi professionisti e piccole imprese, chiamati a proteggere dati personali e informazioni di lavoro senza però rinunciare alla libertà di muoversi.

Il lavoro esce dall’ufficio

Il lavoro da remoto, ormai, non è più solo una risposta all’emergenza: si è consolidato soprattutto nelle città e tra chi usa strumenti digitali tutti i giorni. Nel 2023 il 13,8% degli occupati italiani ha lavorato da casa almeno un giorno, contro il 4,8% del 2019. A Milano si è arrivati al 38,3%, a Roma al 29,4%, come mostrano i dati Istat sul lavoro da remoto.

Un cambiamento che si vede anche nelle abitudini di tutti i giorni. Il tavolo di casa si trasforma in scrivania, il bar sotto casa diventa il posto giusto per una call, e un weekend fuori città non è più un motivo per fermare tutto. Ma ogni spostamento porta con sé dispositivi, file e accessi aziendali da portarsi dietro. Basta una rete Wi-Fi aperta o configurata male per esporre il traffico a occhi indiscreti, così come uno schermo lasciato acceso incustodito o una password usata ovunque possono diventare un problema più serio di quanto sembri.

La protezione, in fondo, parte da gesti semplici: tenere aggiornati sistema operativo e app, attivare l’autenticazione a più fattori, impostare il blocco automatico dello schermo e tenere separati gli account personali da quelli di lavoro. Anche il backup andrebbe fatto con regolarità, meglio se su più supporti diversi: un guasto, un furto o un attacco informatico possono far sparire mesi di lavoro in un attimo.

Anche l’organizzazione pratica conta, non solo la tecnologia. Prima di prenotare una struttura o uno spazio di coworking, vale la pena controllare se c’è una rete dedicata agli ospiti, postazioni separate e armadietti dove custodire i dispositivi. E chi si ferma più a lungo dovrebbe informarsi sulla qualità della connessione, sulla disponibilità di una scrivania vera e su una copertura mobile alternativa, magari mettendo in conto anche un hotspot personale.

Le reti pubbliche cambiano il rischio

Le connessioni gratuite di aeroporti, stazioni, hotel e locali fanno comodo, ma non sempre offrono le garanzie che servirebbero. Una rete con un nome simile a quello del locale può nascondere un punto di accesso fasullo, creato apposta per raccogliere dati o dirottare l’utente su pagine finte. E anche sulle reti vere, quando ci sono tanti dispositivi sconosciuti collegati, conviene stare più attenti del solito.

L’Agenzia dell’Unione europea per la cybersicurezza consiglia di collegarsi solo a reti sicure, evitare quelle aperte e gratuite, tenere aggiornati sistema e antivirus e non scambiare informazioni aziendali sensibili su connessioni che potrebbero non essere sicure: lo spiega bene nelle sue raccomandazioni sulla cybersicurezza nel lavoro da casa.

Una rete privata virtuale aggiunge un livello di protezione in più, cifrando il traffico tra il dispositivo e il server VPN. Non risolve tutto da sola, phishing, malware ed errori umani restano possibili, ma riduce comunque l’esposizione dei dati quando si è connessi fuori casa. ExpressVPN è disponibile sul loro sito ufficiale, e vale la pena valutarla guardando compatibilità con i propri dispositivi, quante connessioni sono incluse, condizioni dell’abbonamento e livello di assistenza.

Prima di spendere, però, conviene controllare se il datore di lavoro mette già a disposizione una VPN aziendale, rimborsa gli strumenti per il lavoro agile o ha delle convenzioni per software e connettività. Chi lavora in proprio, invece, farebbe bene a chiedere al proprio commercialista se questa spesa ha rilevanza fiscale: dipende dal regime scelto e da quanto viene effettivamente usata per lavoro.

Va detto però che cifrare la connessione non basta a proteggersi da un messaggio fraudolento aperto per errore, o meglio, per fiducia. Le campagne di phishing imitano banche, enti pubblici, piattaforme di pagamento e fornitori noti, e puntano spesso a creare urgenza con avvisi di blocco o richieste di conferma immediata. Password lunghe e diverse tra loro, un gestore di password dedicato e l’autenticazione a più fattori aiutano a evitare che una sola credenziale rubata apra le porte a tutto il resto.

La sicurezza diventa una routine

Proteggere i propri dati è ormai indispensabile, semplicemente perché il lavoro segue le persone ovunque nella vita di tutti i giorni. Non servono gesti straordinari: basta una routine precisa, un budget ragionevole e strumenti scelti con criterio. La flessibilità resta un vantaggio vero solo quando reti, dispositivi e accessi ricevono la stessa attenzione che si darebbe loro in ufficio.

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