Il calcio piange Sandro Mazzola: nel 1993 illuminò il Moccagatta
La scomparsa della leggenda della Grande Inter e della Nazionale riporta alla memoria l’8 dicembre 1993, quando cinquemila persone riempirono lo stadio per la sfida tra Nazionale Cantanti e cronisti della «Gazzetta».
ALESSANDRIA – Il mondo del pallone perde una delle sue bandiere più pure, un simbolo eterno di stile, talento e passione. La scomparsa di Sandro Mazzola chiude un capitolo irripetibile del calcio italiano, fatto di leggenda nerazzurra, notti di Coppa dei Campioni e maglie azzurre entrate nella storia. Di fronte a figure così monumentali la mente corre spesso alle imprese internazionali, alle sfide epiche in Messico o sui campi di San Siro e Madrid. Eppure, per il pubblico alessandrino, il ricordo della leggenda porta i colori di un freddo pomeriggio d’inverno di oltre trent’anni fa, quando il mito scelse di scendere letteralmente in mezzo alla gente comune, sul prato del Moccagatta.
Un pomeriggio d’inverno sospeso tra stelle del calcio e solidarietà
Era l’8 dicembre del 1993. Sugli spalti dell’impianto cittadino si ritrovarono cinquemila spettatori per una giornata di festa e autentica solidarietà: in campo c’era la Nazionale Cantanti, guidata dalle melodie e dall’entusiasmo dei suoi artisti più noti, opposta alla squadra dei giornalisti de «La Gazzetta dello Sport». In palio non c’erano punti o classifiche, ma la raccolta fondi destinata alla Fondazione Aids – Aiuto per finanziare progetti di prevenzione e costruire un reparto per la cura dei bambini sieropositivi. In quell’occasione Alessandria dimostrò subito il suo cuore grande raccogliendo oltre quaranta milioni di lire. «Insieme, credetemi, si può fare molto», sottolineò prima del fischio d’inizio Paolo Belli, applaudendo la generosità di un pubblico accorso numeroso per dare una mano a chi affrontava una sofferenza ingiusta.
Dall’altra parte della barricata, i cronisti della «rosea» vivevano l’appuntamento con la trepidazione sincera di chi sfida la paura del campo vero. «Adesso capiamo cosa provano i giocatori prima di una partita, siamo tesissimi», raccontava Nicola Binda negli spogliatoi, consapevole della preparazione atletica dei rivali. C’era però una carta segreta capace di spazzare via ogni ansia: avere tra le proprie fila proprio Sandro Mazzola.
La classe infinita sul dischetto del Moccagatta
Nonostante gli anni dal ritiro e il clima leggero di una sfida benefica, la sua figura sul terreno di gioco emanava ancora quell’aura magnetica tipica dei grandissimi. Mazzola correva con eleganza, leggeva l’azione un secondo prima degli altri e dispensava consigli con la naturalezza dei fuoriclasse. La partita regalò emozioni vere: dopo il vantaggio dei cantanti firmato da Barbarossa nella prima frazione, nella ripresa arrivò il momento più atteso da tutto lo stadio. Calcio di rigore per la squadra dei giornalisti. Sul punto di battuta andò lui, Mazzola: rincorsa misurata, sguardo fermo e pallone in rete per il pareggio, accompagnato dall’applauso unanime di cinque generazioni di tifosi alessandrini. Poco dopo nacque anche il raddoppio con Da Ronch, prima del definitivo 2-2 siglato allo scadere da Eros Ramazzotti sotto la direzione arbitrale del torinese Rosetti.
L’eredità umana e sportiva di un campione gentile
Al calar della sera, mentre la nebbia invernale scendeva sulle tribune del Moccagatta e i ragazzini cercavano a bordo campo gli autografi dei propri idoli, restava l’immagine nitida di un campione totale. Sandro Mazzola quel giorno regalò a questa città un sorriso disarmante, la propria disponibilità e una lezione di umanità che non badava a blasoni o passerelle dorate. Oggi che il calcio ne piange la fine terrena, Alessandria conserva gelosamente nel proprio cuore il ricordo di quel pomeriggio, orgogliosa di aver ammirato da vicino il passo vellutato e la classe immortale del suo numero dieci.