Riforma artigianato, Confapi: «Il Governo si fermi, penalizzerebbe Pmi e lavoratori»
La Confederazione contesta l’ipotesi di innalzare fino a 50 dipendenti i limiti dimensionali delle imprese artigiane. Secondo uno studio dell’associazione, nel metalmeccanico le retribuzioni potrebbero ridursi di oltre il 20%
ALESSANDRIA – Confapi boccia le ipotesi di riforma del settore artigiano circolate negli ultimi giorni e chiede al Governo di fermarsi. Al centro delle critiche c’è soprattutto il possibile innalzamento fino a 50 dipendenti dei limiti dimensionali previsti per le imprese artigiane. Secondo la Confederazione italiana della piccola e media industria privata, un intervento di questo tipo rischierebbe di creare una disparità rispetto alle Pmi industriali, con conseguenze sulla concorrenza, sulle retribuzioni dei lavoratori e sulle entrate fiscali e previdenziali dello Stato.
Si tratta delle valutazioni formulate da Confapi sulla base delle ipotesi di riforma finora circolate e di uno studio elaborato dalla stessa Confederazione.
«Rischio distorsione della concorrenza»
Per Confapi, innalzare il numero massimo dei dipendenti non produrrebbe automaticamente una crescita delle imprese, ma consentirebbe ad aziende di dimensioni maggiori di continuare a operare con lo status di impresa artigiana. La Confederazione contesta anche la possibilità di aprire nuove unità locali fuori dalla circoscrizione della Camera di Commercio di appartenenza.
Il risultato, sostiene Confapi, sarebbe la presenza sul mercato di imprese con caratteristiche sempre più vicine a quelle industriali, ma con la possibilità di mantenere agevolazioni e strumenti riservati al comparto artigiano.
La posizione della Confederazione è che un’impresa che intenda strutturarsi come una piccola industria debba applicare le medesime regole e i contratti previsti per le Pmi industriali.
Confapi: «Salari più bassi di oltre il 20%»
Uno dei punti più delicati riguarda le conseguenze sui lavoratori. Secondo lo studio presentato da Confapi, nel settore metalmeccanico l’applicazione del contratto artigiano determinerebbe una riduzione media delle retribuzioni superiore al 20%, passando da circa 35mila a meno di 27mila euro. Anche i contributi previdenziali versati all’Inps, secondo i calcoli della Confederazione, scenderebbero da circa 9.800 a 6mila euro per dipendente.
Confapi sostiene che salari e contribuzioni inferiori avrebbero quindi due conseguenze: un minore reddito immediato per i lavoratori e, nel lungo periodo, trattamenti pensionistici più bassi.
«Fino a un miliardo di minori entrate»
La Confederazione stima inoltre che l’eventuale riforma potrebbe comportare per le casse pubbliche minori entrate fino a circa un miliardo di euro all’anno. Considerando la diminuzione del gettito Irpef e dei contributi previdenziali.
Secondo Confapi, le ipotesi in discussione sarebbero inoltre in contrasto con il confronto in corso tra organizzazioni datoriali e sindacali sui temi della rappresentanza e della contrattazione, che punta tra l’altro a contrastare il dumping contrattuale e a tutelare il potere d’acquisto dei salari. Da qui la richiesta rivolta all’Esecutivo di non procedere con la riforma nelle forme ipotizzate e di evitare, secondo la Confederazione, disparità tra imprese industriali e artigiane di dimensioni comparabili.