Martedì 18 Gennaio 2022

GIORNALE DELLA PROVINCIA DI ALESSANDRIA DAL 1925

Riflessioni

I novant'anni di Umberto Eco

Il 5 gennaio 1932 nasceva il grande intellettuale alessandrino

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Umberto Eco al Teatro Comunale presenta 'Il nome della rosa'. Insieme a lui Cesarino Fissore (primo da destra), l'assessore Gianluca Veronesi (terzo da destra) e il sindaco Francesco Barrera

ALESSANDRIA - Novanta anni fa, il 5 gennaio 1932, nasceva Umberto Eco. Un’occasione per ricordare i rapporti che ha sempre voluto mantenere con Alessandria e con gli amici della sua giovinezza, come dimostra anche l’autobiografia intellettuale pubblicata recentemente in Italia da La Nave di Teseo. In questo testo, scrive che studenti più anziani di lui del liceo Plana come Giancarlo Lunati e Delmo Maestri sono stati dei veri maestri e hanno fortemente condizionato il suo percorso.

In effetti, per tutta la vita l’antico legame con Alessandria riaffiora nei modi più diversi, come una specie di fiume carsico. Possono essere recensioni o introduzioni di opere di carattere locale oppure improvvisi e inaspettati richiami all’interno di opere letterarie o articoli di giornale. L’approccio è il più delle volte quello della nostalgia, tipico in fondo di una persona che ha dovuto lasciare per i casi della vita i luoghi in cui ha trascorso felicemente infanzia e giovinezza.

Eco rimpiangeva un mondo a misura d’uomo, con la dìvota cumedìa di Gelindo in dialetto, il liceo Plana e piazza Genova, la nebbia, il mosaico di Severini che da bambino lo faceva sognare. Rimase sempre legato agli amici avuti nella giovinezza e l’ultima commovente dimostrazione di questo affettuoso rapporto fu il bellissimo discorso che, già malato, tenne al funerale di Delmo Maestri. L’Alessandria di Umberto Eco è quella del dopoguerra, una città in cui tutti si conoscono ma che è anche molto provinciale. C’era quindi un doppio giudizio: da una parte l’affetto per un piccolo mondo perduto e dall’altro la consapevolezza dei suoi limiti, che con il tempo venivano giudicati benevolmente.

Un legame forte

Ma la consapevolezza c’era: quando viene a presentare il libro ‘Baudolino’, nell’incontro in Teatro, commentando le importanti mostre d’arte contemporanea allestite in città negli anni Cinquanta, manifesta il suo stupore, chiedendosi con la solita bonaria ironia chi fosse l’eroe che le organizzava. Eroe perché allestire esposizioni con tutti i più grandi artisti dell’epoca dell’informale e dell’astrattismo doveva sembrargli veramente insolito per l’ambiente provinciale in cui era cresciuto. L’esempio più chiaro di questo approccio è il celebre articolo ‘Pochi clamori tra la Bormida e il Tanaro’ pubblicato sull’Espresso. In realtà si trattava di una recensione del libro ‘La storia degli Alessandrini’ scritto da Fausto Bima nel 1966 in vista delle celebrazioni per gli Ottocento anni di Alessandria. Eco scrive la recensione su richiesta dell’amico Cesarino Fissore, il mitico libraio di via Dante, che aveva commissionato il volume.

Badalucco, inaugurata
piazza Umberto Eco

Alla cerimonia anche il vicesindaco di Alessandria, Buzzi Langhi

Come raccontato a suo tempo dallo stesso Fissore a chi scrive, nelle intenzioni del committente doveva essere una vera e autorevole storia di Alessandria, ma l’autore non ebbe né la voglia né il tempo di compiere l’imponente ricerca necessaria alla realizzazione di un’opera di questo tipo. Così scrisse non la storia della città ma dei suoi abitanti e del loro carattere, antropologicamente privi di slanci e iniziative, appagati della propria mediocrità. Più che altro uno sfogo, figlio del clima provinciale in cui Bima, come il più giovane Eco, era cresciuto e verso il quale doveva avere anche un giustificato dente avvelenato.

Certamente erano vere le accuse di demolizioni del patrimonio urbanistico, avvenute a partire del Settecento e continuate praticamente fino a oggi. Bima è stato il primo a capire la gravità di questi interventi distruttivi e conia anche un termine molto felice, macello architettonico, che sarà ripreso da altri intellettuali locali. Nuovi studiosi, a partire dagli anni Ottanta, riprenderanno questo tema sulla base di analisi scientifiche, studiando i diversi periodi della storia della città attraverso gli ultimi secoli e le scelte dei protagonisti della politica urbanistica locale.

Eco però non si interessa di questo specifico problema. Semplicemente, per fare un piacere all’amico Fissore, sta al gioco. Non scrive una vera recensione al libro, che in fondo è un lavoro volutamente senza pretese scientifiche. Riprende invece la provocatoria tesi di fondo sul carattere alessandrino e la fa sua in un articolo che vuole essere soprattutto un inno alla tolleranza e allo scetticismo, attraverso l’uso, per lui abituale, del paradosso. Non va dimenticato che la guerra era finita solo da due decenni e gli incubi delle dottrine totalizzanti e dei loro devastanti effetti erano ancora ben vivi. Quell’articolo era dunque un divertito gioco letterario, in cui peraltro, era presente il piccolo mondo provinciale in cui aveva vissuto la sua giovinezza, ricordato peraltro con garbato affetto. L’approccio quindi è empatico e affettuoso, molto lontano dagli studi scientifici dell’Eco semiologo.

Alessandria e la storia

Eco, però, si interessò anche seriamente alla storia di Alessandria, tenendosi aggiornato sulle novità più rilevanti a livello scientifico che emergevano nei più avanzati studi accademici. Per esempio, nel romanzo ‘Baudolino’, dimostra di conoscere benissimo il testo più innovativo scritto sulle origini della città, quello presentato dal professor Geo Pistarino nel 1968 al XXXIII congresso storico subalpino in occasione degli ottocento anni di Alessandria e successivamente pubblicato sulla prestigiosa rivista ‘Studi Medievali’.

"L'eredità" di Eco finisce a Bologna e Milano

Il Mibact conclude l’acquisizione dei libri del semiologo alessandrino che diventano patrimonio dello Stato. Per ora nessun volume - né antico né moderno - andrà nella sua città natale 

In questo splendido esempio di storia economica, l’autore dimostrava con efficacia il ruolo avuto da Genova nella fondazione della città, rompendo così la tradizione che insisteva prevalentemente sui legami con la Lega Lombarda e sulla lotta contro il Barbarossa. Pistarino citava anche la documentazione relativa a un appoggio finanziario della Repubblica Marinara alla nascita del nuovo Comune. Eco in ‘Baudolino’ dimostra di conoscere questo studio ma allo stesso tempo si diverte a riprendere, per dare un accento comico ai suoi personaggi, quella sorta di antropologia senza tempo dell’alessandrinità che con intelligente e divertita ironia aveva tratteggiato nella recensione al libro di Bima.

Altrettanta attenta conoscenza della storia locale dimostra nel suo ultimo romanzo, ‘Numero Zero’, quando ricorda Gian Gaetano Cabella, direttore del ‘Popolo di Alessandria’, giornale che costituì un vero caso nella Repubblica di Salò per l’alto numero di tirature raggiunto. Eco riprende in particolare un vero fatto storico, l’ultima intervista fatta a Mussolini prima di morire, compiuta proprio da Cabella, che sulla base di essa avrebbe pubblicato nel dopoguerra una sorta di testamento di Mussolini, con tanto di conseguenti problemi giudiziari.

Monumento a Eco: “Una statua luminosa
per una mente che illumina”

Inaugurata vicino alla biblioteca civica l'opera di Marco Lodola

Con intelligenza, Eco usa questa vicenda realmente accaduta per costruire tutto un romanzesco ma intrigante discorso su come si possa arrivare a elaborare una credibile ma paranoica teoria del complotto, utilizzando una serie di informazioni e dati di per sé tutti veri. Un tema che già in altre occasioni aveva affrontato. Non pare però casuale che abbia voluto prendere in questo caso come riferimento proprio Cabella, vero cattivo maestro del giornalismo italiano proprio per la capacità di manipolazione e l’assoluta mancanza di etica. In fondo il direttore del fantomatico giornale al centro di ‘Numero Zero’ nella sua sfacciata cialtroneria assomiglia molto al direttore del giornale fascista.

Eco quando vuole dimostra di essere ben informato e aggiornato sugli studi relativi alla storia di Alessandria. Solitamente il suo approccio è diverso, quasi che per lui occuparsi di Alessandria significhi aprire una finestra sul proprio passato e prendersi una pausa, concedersi di scherzare e abbandonarsi a una felice nostalgia.

Esemplare è lo scritto ‘Il miracolo di San Baudolino’, dove evita riflessioni storiche sulle reali origini dell’eremita e sulla complessa storia del suo mito, su cui altri si cimenteranno successivamente. L’approccio è ancora quello di una scherzosa antropologia alessandrina applicata alla santità e ai miracoli. L’effetto nostalgia è subito nelle prime righe con il ricordo di una preghiera popolare (o San Baudolino – proteggi dal ciel – la diocesi nostra – e il popolo fedel).

L'articolo su "Il Piccolo"

Altro esempio significativo è l’articolo che scrive in prima pagina sul ‘Piccolo’ nel 2005 in occasione di una pubblicazione sugli ottant’anni del giornale. Eco ricorda il giornale cittadino come il ‘New York Times’ di Alessandria, per spiegare l’importanza che ha nel mondo locale. Il riferimento al grande quotidiano ancora una volta è insieme ironico e affettuoso. ‘Il Piccolo’, emblema di una certa Alessandria tradizionale, appartiene a quel mondo di affetti a cui lo scrittore è rimasto legato.

Questo rimpianto per il passato e per gli anni della giovinezza, può però farsi sentire in occasioni diverse da quelle citate fino ad ora, addirittura fino a spingerlo ad avanzare delle proposte didattiche. Un esempio è la preoccupazione che, sull’Espresso in una delle sue bustine di Minerva, esprime per la crisi della cultura dialettale e per spettacoli tradizionali come il Gelindo alessandrino, a cui è particolarmente legato. Così, arriva addirittura a proporre l’insegnamento, naturalmente non obbligatorio, del dialetto a scuola. Certamente c’è una giusta preoccupazione per la perdita di un grande patrimonio culturale ma, al contempo, si avverte anche la nostalgia per una parte avvertita come importante del proprio passato, Gelindo, che ha paura di perdere.

Bisogna aggiungere che in fondo l’ironia che accompagna in modo costante ogni suo lavoro era avvertita dallo stesso Eco come un aspetto del suo legame con l’Alessandria che aveva conosciuto da ragazzo, dal mondo dei goliardi di cui fece parte con i suoi amici, organizzando anche piccoli spettacoli, alle arguzie dialettali della dìvota cumedìa.

Allora, si può concludere che studiare il rapporto tra Umberto Eco e Alessandria può essere la chiave per andare ben oltre il rapporto ludico e apparentemente scherzoso di ‘Pochi clamori tra la Bormida e il Tanaro’ per penetrare invece un aspetto che può avere avuto un’importanza di rilievo nella sua opera come studioso e come romanziere.

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