Martedì 18 Gennaio 2022

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Corte di Cassazione

Basaluzzo, accoltellò il marito: condannata a 16 anni

La sentenza definitiva dopo i fatti dell'agosto 2017

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TORINO - Condannata a 16 anni di carcere per l’omicidio del marito. A scontare la pena sarà Ana Fernando Nhare, la donna originaria del Mozambico che il 15 agosto 2017, a Basaluzzo, accoltellò Walter Corradini.

Per anni la donna ha affermato di essere stata vittima soprusi per mano di Corradini, un uomo da lei dipinto come irascibile e manesco. La Cassazione - spiega una nota dell’Ansa - ha dichiarato inammissibile il suo ultimo ricorso, convalidando così la sentenza pronunciata dalla Corte di assise d'appello di Torino il 29 gennaio 2020. In primo grado la donna era stata condannata a 30 anni.

La sentenza

Alle 6 del mattino del 15 agosto 2017 - stando alla ricostruzione dei fatti - Ana Fernando Nhare attese che il marito si alzasse e andasse in bagno dopodiché lo trafisse con diverse coltellate (quattro alla schiena e otto al torace) senza desistere nemmeno all'arrivo dei figlio. Durante l’iter processuale affermò di essere esasperata dai ripetuti maltrattamenti.

I supremi giudici, nel respingere le tesi della difesa, si sono richiamati ad alcuni principi stabiliti dalla giurisprudenza in materia e hanno accettato l'impostazione della Corte subalpina, certificando che fu «corretta ed esauriente».

Non si trattò di un caso di legittima difesa reale e nemmeno putativa. Inoltre «non è sostenibile - si legge nella sentenza depositata oggi - la tesi di una reazione 'da accumulo' o di una 'esplosione' che ebbe come effetto scatenante un litigio avvenuto due giorni prima».

La reazione, anzi, non fu «immediata» ma «meditata». Anche sul contesto dei maltrattamenti la versione della donna non è stata completamente accettata: i magistrati hanno preferito parlare di «contesto di reciproci atti violenti e reciproche provocazioni». Non serviva, infine, nemmeno una nuova visita psichiatrica: la prima aveva accertato che l'imputata era capace di intendere e volere, e non si poteva definire «decisiva» la testimonianza di un sanitario («peraltro non specialista») che aveva descritto Ana come depressa e preoccupata. Con la sentenza sono state confermate le attenuanti generiche equivalenti rispetto alle aggravanti. 

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