Lunedì 16 Maggio 2022

GIORNALE DELLA PROVINCIA DI ALESSANDRIA DAL 1925

LO PSICOLOGO DI FAMIGLIA 2.0

Che fine ha fatto lo psicologo di famiglia?

Che fine ha fatto lo psicologo di famiglia?

Riflettevo sul titolo della mia rubrica. “Lo psicologo di famiglia 2.0”
Nasce da una presunzione, ovvero pensare che il malessere psicologico abbia lo stesso valore del malessere fisico e che le conseguenze della sofferenza psichica possano essere impattanti tanto quanto quelle della sofferenza del corpo.
Ma allora se esiste il medico di medicina generale o medico di famiglia, gratuito e garantito al cittadino, perché non può esistere lo psicologo di base o psicologo di famiglia?

In realtà il dilemma esiste già da anni ed è materia di discussione in Parlamento.
La mia allora è una domanda retorica? Essa nasce dalla frustrazione di apprendere che soltanto il 15 giugno 2021 la Camera ha approvato all’unanimità una mozione che impegna il Governo in merito al potenziamento dell'assistenza psicologica pubblica. Tra le proposte, predisporre un nuovo piano nazionale per la salute mentale, garantire l'accesso alle terapie psicologiche e psicoterapeutiche necessarie, assicurare sedute dallo psicologo per i giovani con problemi legati alla pandemia, istituire nell'ambito del SSN degli ambulatori per l'assistenza dei pazienti cosiddetti long covid.

Presentate inoltre presso la sede del Ministero della Salute, alla presenza del Ministro Speranza e dei rappresentanti del Parlamento, le proposte del CNOP Consiglio Nazionale Ordine degli Psicologi - per una adeguata presenza degli Psicologi e dei servizi psicologici nel Servizio Sanitario Nazionale alla luce della revisione prevista dal Piano Nazionale di Resilienza e Ripartenza.

Speranza: “È necessario rafforzare l’assistenza psicologica nel SSN, lo stanziamento di 20 milioni nel decreto sostegni bis è solo un primissimo segnale”.
(fonte CNOP 22.06.21)

Peccato che già a luglio 2020 approdava al Senato la proposta di legge “Istituzione dello psicologo delle cure primarie”. Questa iniziativa auspicava l’inserimento dello psicologo nei servizi di assistenza sanitaria, in affiancamento e/o in stretta collaborazione con i medici della medicina generale.
Durante i mesi di lockdown infatti, a causa delle conseguenze secondarie della pandemia, sempre più cresceva la domanda di assistenza e supporto psicologico da parte dei cittadini. Questo dato evidenziava la necessità di introdurre un servizio psicologico di più facile accesso.

Tolta qualche felice e sporadica iniziativa avviata da aziende sanitarie locali, in Campania in particolare, in Italia nulla di fatto. Si dice che il percorso fosse ancora in “sperimentazione”, lasciato alle autonomie regionali.
In Europa, ovviamente, le politiche di inserimento della figura dello psicologo nel contesto della medicina di base sono state promosse da diversi anni e costituiscono, ormai, realtà consolidate.
Non è finita qui, a fine giugno 2019 sembrava che lo psicologo di famiglia non sarebbe stato soltanto più una figura sperimentale, ma un professionista riconosciuto dalla legge, a disposizione dei cittadini negli ambulatori dei medici di famiglia.

«Mentre al Quirinale Sergio Mattarella riceveva una delegazione del Consiglio nazionale dell’ordine degli psicologi per celebrare i trent’anni della Legge 56, che ha regolamentato la professione, il Parlamento italiano approvava un’altra legge, quella che istituisce ufficialmente la figura dello psicologo di famiglia». Ad annunciarlo sempre il CNOP.

«Lo psicologo di famiglia, o per meglio dire lo psicologo nell’ambito delle cure primarie – è una figura che dovrà collaborare con il medico di medicina generale e con il pediatra di libera scelta».
Da parte dei cittadini c’è una forte richiesta di psicologi, ma questa figura è tuttora poco presente nel servizio pubblico.. Per tale motivo – si spera che gran parte di questo bisogno insoddisfatto possa trovare la giusta accoglienza proprio attraverso l’applicazione di questa nuova legge».
(fonte CNOP 24.06.19)

A questo punto una domanda sorge spontanea.

Se in questi due anni i nostri politici avessero realizzato l'importanza delle proposte da loro valutate, saremmo forse riusciti a contenere, almeno in parte, la crescita esponenziale dei disagi psicologici Covid correlati?
Dai dati evidenziati dalla Società Italiana di Psichiatria si delinea il cosiddetto “trauma da pandemia” che si dice potrà lasciare segni fino a trenta mesi, mettendo a rischio un cittadino su tre, in particolare le donne.

Il rischio più diffuso, spiegherebbe il rapporto, è vivere o aver vissuto l’esperienza pandemica in modo traumatico. Si parla di disturbo post traumatico da stress, con l'insorgenza di sintomi cronici o persistenti che vanno da insonnia a incubi e stati d’ansia. Potrebbe soffrirne fino a una persona su tre.

La maggior parte degli studi presi in esame dalla SIP indica che, chi ha superato la malattia avrebbe una maggiore probabilità di sviluppare il disturbo in questione, seguiti dalle famiglie delle vittime e dagli operatori sanitari. Si tratta del 96% dei sopravvissuti al Covid-19.
La situazione è risultata particolarmente gravosa anche tra gli operatori sanitari, con un’incidenza del disturbo post traumatico da stress dal 7,4% al 37,4% con sintomi stimabili da uno a tre anni di distanza. Particolarmente esposti allo stress sono anche coloro che rivestono un ruolo di cura in particolare delle persone anziane, su tutti i figli e i parenti delle persone più fragili.

Vogliamo infine parlare delle rovinose conseguenze della chiusura delle scuole su bambini ed adolescenti, legate in particolare all'isolamento sociale?

Senza entrare nel dettaglio, mi rifaccio al recente studio condotto da stimati neuropsicologi dell'età evolutiva e contenuto in un testo davvero ben fatto “Bambini, adolescenti e Covid 19 – l'impatto della pandemia dal punto di vista emotivo, psicologico e scolastico”, della Erickson, dove emerge che, durante la pandemia ed il lockdown, l'insorgenza di problematiche comportamentali nei bambini al di sotto dei 6 anni sia aumentata del 65% e del 71% tra i ragazzi compresi tra i 6 ed i 18 anni, con incremento di disagi quali irritabilità, disturbi del sonno e stati d'ansia.

Questi numeri fanno pensare.

Che fine ha fatto lo psicologo di famiglia?

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