Lunedì 21 Ottobre 2019

GIORNALE DELLA PROVINCIA DI ALESSANDRIA DAL 1925

Vite in cella

Face to face: il caso di Giovanni, vittima della burocrazia carceraria

 I meccanismi micidiali con cui il detenuto deve confrontarsi

Il caso di Giovanni, vittima della burocrazia carceraria

FACE TO FACE - Giovanni, l’autore del racconto, pone la questione del difficile rapporto con la burocrazia carceraria.

TUTTI I RACCONTI - La raccolta del progetto Face to Face

Questo è il carcere Cattiveria

Mi chiamo Giovanni e nel carcere dove mi trovo, frequento i laboratori artistici di Artiviamoci, laboratori che vanno dalla pittura, all’incisione , al cinema, alla fotografia, all’arte temporanea.

La mia passione sono l’arte temporanea e la xilografia.

Avendo fatto un buon percorso rieducativo, per tutto il periodo di carcerazione, adesso che ho da scontare meno della metà della pena, posso chiedere di avere delle misure alternative.

Il 22, il 23 ed il 24 marzo, ho partecipato al terzo festival del cinema di Alessandria, che i ragazzi del cinema, che conducono i laboratori nel nostro istituto, avevano organizzato.

Durante il festival veniva proiettato, oltre ai diversi film, anche un documentario, da loro girato in carcere, cui io avevo partecipato ed erano esposte, nei locali dei festival, delle locandine di film famosi che noi detenuti avevamo rielaborato e dipinto durante i nostri laboratori.

Nel documento, redatto dal magistrato di sorveglianza, che stabiliva ciò che avremmo potuto o non potuto fare, vi era scritto che noi avremmo potuto spostarci per mangiare in un orario stabilito, precisamente dalle 12.00 alle 14.00.

Erano le 14.00 e non avevamo ancora mangiato nulla, poiché avevamo, io e gli altri due detenuti, dovuto ricevere le numerose scolaresche, spiegare loro il progetto e portarli a vedere la mostra delle locandine.

Giunti alle 17,30 non c’eravamo ancora spostati, avevamo fame e abbiamo chiesto alla nostra responsabile volontaria se poteva procurarci del cibo.

Lei ci disse “andiamo al bar qui vicino così mangiate un panino.

Il bar più vicino era a circa tre, quattrocento metri, ma era chiuso, a fianco del bar vedemmo un parcheggio e parecchie persone che stavano entrando in un locale, quindi pensammo che lì ci fosse un altro bar.

Fuori dall'ingresso non c’era alcuna scritta ma soltanto un cordone con appesi una serie di palloncini.

Avvicinandoci, abbiamo capito che non si trattava di un bar ma dell’inaugurazione di una palestra e ce ne siamo andati senza entrare.

Ritornati, a stomaco vuoto, nei locali dove si svolgeva il festival, dopo circa dieci minuti, veniamo chiamati da due agenti della polizia penitenziaria, due donne, che ci contestano di averci visto nella palestra e che eravamo in compagnia di una donna bionda.

lo spiegai loro i fatti, dicendo che non eravamo entrati in palestra e che la persona che ci accompagnava non era bionda.

Siccome loro insistevano, ho chiamato la volontaria dicendole: “per favore spiega tu questa situazione”, ma siccome loro continuavano a sostenere la loro versione, dissi alla volontaria di andarsi a mettere il cappotto, lei l’ha fatto, gli agenti l'hanno fatta girare di spalle, “OK si era lei”, “tutto a posto”, ci dissero e se ne sono andati.

Alle 22.00, quando siamo rientrati, le guardie alla porta ci dissero: “Che cosa avete combinato?” “C'è una segnalazione che dice che siete entrati in una palestra”.

lo pensavo che all'indomani non ci facessero uscire e invece siamo usciti. Quindi ho pensato che la cosa fosse definitivamente risolta.

Il 29 marzo vengo chiamato dall'Ufficio Comando, dove il direttore ed un’ispettrice mi contestano di essere stato visto da alcuni colleghi in una palestra. lo rispiego loro nuovamente come sono andati i fatti e dico che l’unica contestazione che mi possono fare è relativa all'orario poiché noi avremmo potuto uscire per mangiare soltanto dalle 12.00 alle 14.00, do la mia spiegazione per l'orario dicendo che noi alle 17.30 eravamo ancora a digiuno e dico; “decidete voi”.

Loro mi rispondono: “Le faremo sapere”

Dopo due giorni, in sezione, incontro l’ispettrice, la saluto e lei mi chiama per darmi la buona notizia che la direttrice ha archiviato la contestazione. “Tutto a posto”, mi dice.

Noi detenuti quando ci viene detto “tutto a posto”, diciamo: “tutto a posto e niente in ordine”

Il 12 aprile esco di nuovo in permesso.

 Il 12 e il 13 maggio, esco un’altra volta in permesso premio per recarmi a Torino e partecipare all’inaugurazione di una mostra fotografica.

Il 16 maggio, giorno del mio compleanno, alle ore 16.00, ricevo un bel regalo dal Magistrato di Sorveglianza: la revoca provvisoria dell’articolo ventuno al quale a giorni avrei dovuto accedere.

Il giorno dopo chiamo l‘educatrice e le chiedo una spiegazione, lei mi risponde che il magistrato aveva richiesto una spiegazione scritta alla direttrice per avere archiviato il caso e una verifica per accertarsi se il bar alle ore 18.00 di quel giorno fosse effettivamente chiuso.

La direttrice gli conferma che per lei il caso era archiviato, che la verifica era stata fatta e che il bar risultava effettivamente chiuso.

Era tutto a posto e niente in ordine.

Il 24 maggio mi chiama la matricola, notificandomi un decreto del Magistrato di Sorveglianza in base al quale denunciava me e i miei due compagni per tentata evasione e denunciava la volontaria per favoreggiamento all'evasione, revocandole il permesso d’ingresso in carcere. Per noi veniva ordinato l'immediato trasferimento presso un altro istituto.

Mi è crollato il mondo addosso!

Questo significa che non so dove andrò a finire, magari anche lontano dalla mia famiglia e per tre anni non posso chiedere nessun beneficio. Mi mancano tre anni e mezzo e dovrò rimanere in carcere fino al mio fine pena.

Questo per il magistrato vuol dire reinserimento del detenuto?

Dopo che una persona fa un ottimo percorso rieducativo e riceve questo premio, secondo voi non esce più arrabbiato di prima?

Si è vero ho fatto una piccola infrazione, non sono andato in giro, cercavamo soltanto di mangiare un pezzo di pane, dopo che siamo rimasti tutto il giorno senza mangiare.

Siamo umani o peggio degli animali? Ecco perché tanti di noi quando escono commettono altri reati, come il mio caso ce ne sono tanti. Noi siamo solo criminali e criminali dobbiamo rimanere.

Il magistrato ha usato molta cattiveria nei nostri confronti, tutto perché la contestazione gli è stata mandata, dall'ufficio di competenza, con circa due mesi di ritardo, non potendo rivalersi su di loro, si è sfogato con noi che non abbiamo nessuna colpa.

Adesso ditemi chi è più criminale noi o lui?

Anche i due poliziotti della penitenziaria sono stati cattivi con noi, alla fine non avevamo fatto una grande infrazione, loro non hanno un cuore, noi sì.

Vi dico questo “noi si” perché una volta, quando verso mezzanotte e mezza in sezione un detenuto ha buttato fuori dalia sua celia il suo materasso e gii ha dato fuoco, questo è successo accanto alla mia cella, tutte le celle si sono riempite di fumo e stavamo quasi per soffocare, abbiamo chiamato gli agenti, che venissero ad aprirci le celle, ma nessuno è venuto, sono arrivati tre quarti d’ora dopo, ci hanno fatto scendere nel cortile dove si fanno i passeggi ed alcuni miei compagni sono finiti in infermeria, ma noi non abbiamo voluto fare nessuna denuncia, per paura che l'assistente di servizio nel piano perdesse il posto.

Ecco perché noi abbiamo un cuore e loro no.

Questo è il carcere Cattiveria!

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