Martedì 23 Luglio 2019

GIORNALE DELLA PROVINCIA DI ALESSANDRIA DAL 1925

Vite in cella

Face to Face: il viaggio di Alì

Una storia emblematica, dall’attraversata del mare al dramma del caporalato

Face to Face: il viaggio di Alì

L'autoritratto di Alì e la copertina del progetto

FACE TO FACE - Inizia oggi la collaborazione con l’iniziativa ‘Face to Face’ di Massimo Orsi, realizzata nell’ambito del progetto Artiviamoci.

In occasione di ogni uscita del 'Piccolo' in edicola, viene pubblicato su internet il racconto di un detenuto della casa di reclusione di San Michele. Si parte con la drammatica storia di Alì, davvero molto simbolica della realtà italiana contemporanea. Massimo Orsi ha raccolto questa testimonianza nel carcere di San Michele il 6 giugno 2017 dalla voce del detenuto. Alì non sa scrivere in italiano. Così è stato Orsi a trascrivere, cercando di rispettare il più possibile le sue parole e nel contempo, renderle comprensibili nella forma.

TUTTI I RACCONTI - La raccolta del progetto Face to Face

IL RACCONTO DI ALì

Più o meno 2003

Sono arrivato a Tripoli dal Marocco, ho preso un taxi e sono andato all’hotel.

Sono uscito in città per cercare i miei paesani, non avevo alcuna intenzione di andarmene da Tripoli.

Ho incontrato un mio paesano e gli ho chiesto se c’’era la possibilità di trovare un lavoro, lui mi ha risposto che il lavoro c’era ma avrei dovuto andare nel deserto ad estrarre il petrolio dai pozzi, io cercavo un lavoro in città, non volevo andare nel deserto.

Lui mi ha proposto di attraversare il mare e venire in Italia.

A questo punto ho pensato che forse sarebbe stata un’occasione geniale e ho chiesto quanto costasse il viaggio.

Il viaggio costava 2000 dollari, io non possedevo quella cifra, avrei potuto soltanto pagare l’equivalente di mille dollari in oro, si è allontanato per parlare al telefono e dopo poco è ritornato dicendomi che andava bene.

Abbiamo recuperato la mia roba all’hotel e siamo arrivati con la sua macchina al confine tra la Libia e la Tunisia, un viaggio di circa 200 chilometri.

Lì ho conosciuto un’altra persona, quello che avrebbe dovuto guidarci nella traversata e ho saputo che saremmo stati cento persone su un peschereccio lungo otto metri.

Ho accettato e pagato la cifra pattuita.

Siamo andati in una casa, dove ho conosciuto gli altri compagni di viaggio.

Dopo due giorni alle tre del mattino, ci hanno svegliato, abbiamo raccolto le nostre cose e siamo andati a piedi verso la spiaggia, siamo saliti sul peschereccio e siamo partiti.

Così è iniziata la nostra traversata.

Era circa mezzogiorno, quando mi accorgo che la persona che deve guidarci, un ragazzo di ventitré anni, non ha alcuna esperienza del mare, entro nella cabina di pilotaggio, lo vedo spaventato e mi confessa che questa è la prima volta che esce in mare aperto.

Avendo io qualche esperienza, in quanto pescatore, ho preso il suo posto e ho iniziato a seguire la rotta.

Siccome tutti i passeggeri erano sopra, la nave rischiava di rovesciarsi, quindi ho deciso di riequilibrare il peso, mandando la metà di loro giù nella stiva e stabilendo turni di tre ore per gruppo, eccetto tre donne che rimasero sempre sul ponte.

Nel mezzo della notte, sempre seguendo la rotta, vedo in lontananza delle luci, le luci di Lampedusa e penso che finalmente siamo quasi arrivati.

Qualche ora dopo, all’alba, sbarchiamo sull’isola.

Sbarcati, ci ritroviamo su una strada, di fronte a me vedo un cimitero e, penso che quella visione sia di cattivo augurio.

Superato il cimitero, seguiamo la strada asfaltata e, poco dopo, veniamo fermati dalla polizia che ci porta subito al campo profughi.

Lì, rimaniamo due giorni, poi veniamo divisi ed alcuni di noi, me compreso, veniamo trasferiti in aereo in un altro campo a Bari.

Durante la notte, sono uscito dal campo per cercare delle sigarette e non ci sono più ritornato.

Sono andato alla stazione e ho preso un treno fino a Roma, a Roma, con un altro biglietto, sono arrivato a Torino.

Ero solo, non parlavo la vostra lingua, avevo qualche soldo, sono andato da mia sorella che abita a Brescia e le ho chiesto se ci fosse qualche possibilità di trovare un lavoro.

Senza un documento non c’era alcuna possibilità e lei stessa mi ha consigliato di tornare giù al sud.

Al sud, ho iniziato a raccogliere i pomodori, si lavorava dalle sette di mattina alle sette di sera e la paga era di trenta euro al giorno.

Tutto ciò che si doveva comprare, veniva venduto dagli stessi caporali, che ci facevano lavorare e tutto costava almeno il doppio rispetto ai prezzi di mercato.

Era una situazione inaccettabile, mi sono ribellato e ho iniziato a litigare con il caporale che ci sfruttava.

Il litigio è degenerato, sono stato aggredito, mi sono difeso, ho reagito e nella colluttazione è scappato il morto.

Il mio viaggio finisce qui, in questo carcere, dove devo scontare quindici anni perché non mi è stata riconosciuta la legittima difesa.

Nota di Massimo Orsi

Questa testimonianza l’ho raccolta nel carcere di San Michele ad Alessandria il 06 giugno del 2017 dalla voce di Alì perché Alì non sa scrivere nella nostra lingua, quindi io l’ho trascritta, cercando di rispettare il più possibile le sue parole e nel contempo, renderle comprensibili nella forma.

PUNTATA - 1

EDICOLA DIGITALE

sfoglia

abbonati

Le notizie più lette

Il caso

La chiusura
del ristorante im...

16 Luglio 2019 ore 09:06
.