Lunedì 26 Agosto 2019

GIORNALE DELLA PROVINCIA DI ALESSANDRIA DAL 1925

vite in cella

El Mostafà, l'incubo della tossicodipendenza

Il calvario di un detenuto, tra la schiavitù della droga e le kafkiane regole del carcere

El Mostafà, l'incubo della tossicodipendenza

Un grido di dolore dall'inferno della tossicodipendenza. La testimonianza di El Mostafà è stata raccolta da Massimo Orsi nel carcere di Alessandria il 4 luglio del 2017. «Mostafà – spiega Orsi -, non conosce bene la nostra lingua ed ha difficoltà a scriverla. Ho cercato nel trascrivere la testimonianza, di rimanere il più possibile fedele alle sue parole, cercando nel contempo di renderle comprensibili nella forma»

TUTTI I RACCONTI - La raccolta del progetto Face to Face


Dipendenza

Ciao mi chiamo El Mostafà e vengo dal Marocco.

Sono nato nella città di Kouribga, da piccolo mi piaceva studiare, ma sono potuto andare a scuola fino alla quinta elementare, poi sono andato a lavorare.

In seguito, mi sono iscritto a una scuola professionale e in due anni, ho conseguito il diploma d’idraulico.

Quando avevo quindici anni, mia mamma è mancata e a diciotto, sono andato via da casa.

Sono andato in una città che si chiama Rabat, a trovare un mio cugino più grande, che lavorava in una ditta edile, cercavano un idraulico, che affiancasse l’idraulico principale e mi hanno assunto come suo aiutante.

A Rabat ho lavorato per quasi tre anni, ho messo da parte un po’ di soldi ed ho chiesto un visto turistico per l’Italia, che mi hanno concesso. Era il 1992.

Dal Marocco, fatta la traversata, sono arrivato in Italia, sbarcando dal porto di Trapani, da Trapani ho preso un biglietto e sono andato a Torino.

Il visto turistico era scaduto, non l’ho rinnovato e non sono tornato in Marocco, volevo rimanere, per cercare di avere una vita migliore.

A Torino, senza documenti, sono entrato nel giro dei “ vu cumprà” ed ho iniziato a vendere oggetti per strada, come facevano le persone che avevo conosciuto.

Dividevo un appartamento con altra gente, ma questo lavoro non mi permetteva neanche di pagarmi l’affitto.

Così mi sono lasciato andare, ero depresso, ho lasciato quel lavoro, ho lasciato l’appartamento ed ho iniziato a vivere per strada.

Per strada ho conosciuto persone che si guadagnavano da vivere spacciando stupefacenti, all’inizio fui affascinato da quel mondo, tutti quelli che lo facevano, facevano una bella vita, bei vestiti, divertimenti, locali notturni ecc. Iniziai anch’io ed iniziai anche a fare uso quotidiano di cocaina.

Quel bel mondo svanì ben presto e mi ritrovai a dovere spacciare, solo per potere consumare la mia dose.

Così iniziai ad avere problemi con la giustizia, fui arrestato diverse volte e non sono più riuscito a liberarmi dalla dipendenza della coca.

Ora sono al mio terzo arresto, sono recidivo e mi hanno dato sei anni e otto mesi.

Vivo in Italia ormai da venticinque anni, sono tossico dipendente e, quando ero fuori, ero seguito dal SERT di Torino, che mi dava le medicine necessarie ed il supporto dello psicologo.

Entrato in carcere, il SERT interno all’istituto penitenziario nei primi giorni, mi ha fornito un aiuto di emergenza, poi non ha fatto più nulla, abbandonandomi.

Mi dicono che per prendermi in carico, dovrei avere i documenti in regola, senza documenti, niente carico, niente cure, niente di niente.

Quando ero fuori, ero seguito dal SERT, quando ero fuori, ero senza documenti, allora perché qui non mi segue nessuno?

Non è giusto perché fuori sì e dentro no?

La vita che facevo in precedenza e la mia dipendenza dalla cocaina, hanno aggravato il mio stato di salute.

Mi sono ammalato di una malattia che si chiama Spondilite Anchilosante, questa malattia ti colpisce nei muscoli, in tutto il corpo e i miei occhi, vedono sempre meno bene, al punto che devo sempre cambiare le lenti degli occhiali.

Questa malattia non si può curare, l’unica terapia è l’assunzione di calmanti.

Dimagrisco sempre più, ora peso quarantanove kili, ho chiesto che mi sia riconosciuta una forma d’invalidità, perché tale debilitazione non mi permette di lavorare, ho scritto all’ASL per ben tre volte, senza ricevere alcuna risposta.

Ho quarantacinque anni, il mio fine pena è nell’agosto del 2019, se mi riconoscono la buona condotta, anche prima, non vorrei più mettermi nei pasticci e neppure fare più uso di stupefacenti, ma se lo stato non mi aiuta, riconoscendomi una forma di invalidità, che mi permetta una piccola entrata con cui sostentarmi e, mandandomi in una comunità di recupero, seguendomi nel decorso della malattia, che necessita di cure costanti e l’utilizzo di costosi medicinali, come potrò fare?

Quando uscirò dal carcere, guarderò a destra e poi a sinistra, ma se non vedrò nulla né da una parte né dall’altra, quale direzione dovrò prendere?

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