Martedì 19 Novembre 2019

GIORNALE DELLA PROVINCIA DI ALESSANDRIA DAL 1925

Vite in cella

Una storia kafkiana: mesi in galera senza sapere il perché

Crollo psicofisico in carcere, da 100 chili di peso a 60

Una storia  kafkiana: mesi in galera senza sapere il perché

Detenuto racconta la discesa nell'abisso della giustizia italiana. Per mesi incarcerato senza sapere il perché, passa da 100 chili di peso a 60 e finisce per essere affidato al reparto psichiatrico. Trasferito nel carcere di San Michele, il difficile cammino per recuperare la propria vita.

 

TUTTI I RACCONTI - La raccolta del progetto Face to Face

 

Voglio tornare a casa

Avevo un negozio a Genova, si chiamava Allegria party, vendevo addobbi per le feste, palloncini, festoni, pupazzi. Organizzavo le feste, matrimoni, battesimi, compleanni, con me collaboravano alcuni ragazzi e ragazze, che talvolta travestivo da personaggi delle fiabe o di avventura quali principesse o marinai. Un giorno alcuni uomini sono entrati, mi hanno presentato un foglio, hanno perquisito il locale e mi hanno detto che avrei dovuto seguirli.

Siamo passati da casa, anche la casa è stata perquisita e alla fine mi hanno arrestato, anche se, sia in casa che in negozio non hanno trovato nulla. Non mi hanno spiegato il motivo, ma mi hanno detto che sarebbe stato solo per qualche giorno. Ho dovuto firmare un sacco di documenti senza poter leggere che cosa ci fosse scritto.

Senza neanche realizzare ciò che mi stava accadendo, mi hanno subito portato nel carcere di Marassi e mi hanno lasciato per tre mesi in una cella d isolamento.Non ho potuto vedere nessuno, non ho potuto chiamare nessuno, non capivo perché mi stavano facendo tutto questo, la cella era completamente vuota, dovevo dormire per terra, non sapevo se almeno mia madre e mia moglie erano a conoscenza della mia condizione, non sapevo neppure se là fuori qualcuno mi stava ancora cercando. I giorni passavano guardando quel pezzetto di cielo attraverso l’alta finestra della cella. Nessuno mi ha mai detto nulla, non ho potuto neppure fare una telefonata, credevo di impazzire, ho anche pensato al suicidio, mi volevo impiccare con i miei calzini.

Quando chiedevo una spiegazione, l’assistente con cattiveria mi rispondeva che non dovevo sapere niente, che non dovevo domandare niente, che avrei dovuto soltanto farmi il carcere dal primo all’ultimo giorno, che là fuori nessuno mi stava pensando e nessuno mi stava cercando. Soltanto dopo due mesi e mezzo un altro assistente un po’ più umano mi disse che fin dal primo giorno, fuori dal cancello del carcere, c’erano una donna con i capelli bianchi, mia madre ed una donna più giovane, mia moglie, che tutti i giorni cercavano di avere mie notizie.

Dopo tre mesi d’isolamento totale, sempre senza mai sapere nulla prima, fui trasferito al carcere di La Spezia. Dovetti scegliermi un avvocato, tra quelli che mi furono proposti, e, alla prima udienza, venni finalmente a conoscenza del motivo del mio arresto. Circa quattro mesi prima di essere arrestato, un giorno, chiamai alcuni dei miei giovani collaboratori e fidandomi di loro, detti le chiavi del mio magazzino a una delle ragazze, per organizzare tutto il lavoro di travestimento per le feste di quei giorni.

Quei ragazzi appartenevano a bande giovanili rivali, ma io non lo sapevo. Tornai dopo circa mezz’ora e vidi qualcosa di molto spiacevole, i ragazzi si erano picchiati e alcuni di loro erano feriti e sanguinavano. Cercai di prendere in mano la situazione, li portai fuori e chiamai un’ambulanza. Arrivata l’ambulanza, i ragazzi feriti si rifiutarono di salirci, dicendo che non si erano fatti niente. Il conducente dell’ambulanza mi fece firmare un foglio, dove mi prendevo la responsabilità della chiamata e del loro rifiuto. Proprio la rissa di quel giorno, nel mio negozio, era l’origine di tutto. I ragazzi picchiati dissero che io ero il capo della banda, che li avevo sequestrati e li avevo fatti picchiare. I capi di accusa erano sequestro di persona e violenza aggravava. Io ero maggiorenne, il locale dove si erano svolti i fatti era mio e la responsabilità dell’accaduto era totalmente a mio carico.

I ragazzi furono condannati agli arresti domiciliari ed io, in quanto il capo della banda, venni condannato a quattro anni e quattro mesi. Non potevo credere a una simile accusa, non potevo credere che tutto ciò stesse accadendo a me, io non avevo mai fatto nulla e facevo lavorare quei ragazzi per aiutare le loro famiglie, era una totale ingiustizia. Durante la prima udienza, finalmente, rividi mia moglie e mia madre, mi permisero di stare con loro per un minuto, io ne avevo chiesti almeno cinque, ma mi risposero, come battuta, che il capo della banda pretendeva troppo.

L’avvocato che scelsi era una donna, che già conoscevo, dovetti darle, tramite mia madre 2500 euro, alla prima udienza non si presentò neppure, invano mia madre la cercò in seguito, ma lei si rese sempre irreperibile. Tutti questi fatti aggravarono la mia depressione, ero entrato a Marassi che pesavo 110 kg, ora non ne pesavo che 65. Al carcere di La Spezia fui trasferito al reparto psichiatrico. Avevano paura che io compissi qualche gesto irreparabile e, contro la mia volontà, iniziarono a riempirmi di medicine, terapie antidepressive. Io, prima di aprire il negozio, ero un infermiere professionista e perciò conoscevo bene le medicine che volevano farmi prendere e le loro conseguenze.

Siccome io mi rifiutavo, me le facevano ingoiare con la forza, un giorno mi costrinsero ad ingoiare il tappo della biro Bic con dentro le medicine, dicendomi che mi sarebbe capitato questo e di peggio se non avessi seguito la terapia.

Avevano paura che mi suicidassi, ma io non volevo farlo, volevo vivere, per potere un giorno fare sapere a tutti, le ingiustizie ed i soprusi che stavo subendo. Tutti i giorni alle 08.00, alle 10.00, alle 12.30, alle 14.30, alle 18.30, alle 22,30, le ultime, sempre medicine. Quando, dopo circa otto mesi da quel minuto, ebbi il primo colloquio con mia madre e mia moglie, iniziarono a imbottirmi dalle sei del mattino, alle 10.30 ero completamente sedato e le vidi come in un sogno, dal quale non avrei voluto svegliarmi, ma che non mi permetteva di vivere quel momento come se fosse reale. Era il 27 gennaio, il giorno della memoria, hanno iniziato a riempirmi di farmaci dalla mezzanotte, per tutta la notte, alle due, alle tre, alle quattro è stata l’ultima botta, come se mi avessero dato uno schiaffo al cervello. Mi hanno detto che quel giorno me lo sarei ricordato per tutta la vita - era il giorno del mio trasferimento - mi misero le manette, mi caricarono sul furgone e partimmo, non conoscevo la destinazione.

Mentre io e altri detenuti venivamo caricati, le guardie dicevano: “portateci gli uccellini da mettere nel gabbione”. Sono così arrivato ad Alessandria in questo carcere di San Michele.

In base agli incartamenti, avrei dovuto essere mandato al reparto psichiatrico, ma il comandante, vedendomi, ha pensato che non fosse giusto e che mi avrebbe trasferito in sezione, in cella con un’altra persona e che non mi avrebbero più fatto assumere farmaci contro la mia volontà. Il giorno dopo fui visitato dal dottore e dallo psichiatra e, sebbene quest’ultimo volesse tenermi ancora nel suo reparto, dopo un consulto, mi venne concesso un mese di prova in sezione. Io non volevo più prendere medicine ed è stata la prima volta che qualcuno ha ascoltato la mia volontà. In sezione, la persona con la quale avrei dovuto condividere la cella, in principio non mi voleva, ma un altro detenuto gli disse: “Adesso tocca te salvare qualcuno”. Così è iniziata la nostra convivenza. Sono passati ormai parecchi mesi io e il mio concellino siamo diventati molto amici, siamo quasi inseparabili. In questo carcere ho anche avuto modo di cambiare finalmente avvocato e spero presto di riuscire ad ottenere i domiciliari. Voglio tornare a casa.

 

Puntata - 11

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