Venerdì 18 Ottobre 2019

GIORNALE DELLA PROVINCIA DI ALESSANDRIA DAL 1925

Vite in cella

Face to face: Vladimir rivendica la sua innocenza

Condannato insieme alla moglie per reati legati al traffico di stupefacenti

Face to face: Vladimir rivendica la sua innocenza

FACE TO FACE - Questa è la storia di Vladimir, condannato al carcere insieme alla moglie per reati legati agli stupefacenti. Rivendica la sua innocenza e quella della propria compagna.

TUTTI I RACCONTI - La raccolta del progetto Face to Face

Vladimir

Il 24 aprile 2016, alle quattro di mattina suonò il citofono. Mi alzai, insieme a mia moglie e aprii la porta. Davanti mi trovai le forze dell’ordine che mi confermarono il mandato d’arresto nei miei confronti.

In quel momento mi crollò il mondo addosso. Non sapevo, dove avevo sbagliato e come avevo sbagliato. Gli ispettori erano di Venezia e avevano chiesto supporto ai carabinieri di Torino, dove io abitavo da quindici anni.

Iniziò la perquisizione in casa e fecero alzare anche i miei figli di cinque e quattordici anni di età. La perquisizione ebbe esito negativo, non trovarono niente d’illegale. Poi andammo nel mio locale che gestivo insieme a mia moglie da tanti anni e iniziò la perquisizione sia nel bar che nella mia cantina, sempre con esito negativo.

Parlando con gli ispettori mi avvisarono che l’indagine nei miei confronti era partita grazie a dei miei connazionali che vivevano in Veneto e due di loro erano dei trafficanti di droga. In una conversazione tra loro in una macchina con il GPS messo dalle forze dell’ordine, avevano fatto il mio nome, dicendo uno all’altro: “senti, l’altra settimana ho fatto un giro a Torino e per caso sono entrato in un bar per un caffè. Immagini chi era il proprietario?”, l’altro risponde: “Chi?”, “il bar era di Vladimir, e questo ragazzo qua andava a scuola dalle elementari fino all’Università con mio fratello. Ed ho visto che aveva una buona reputazione a Torino”. Queste parole intercettate bastarono per farmi arrestare e portare nel carcere di Torino (Le Vallette).

Nominai l’avvocato di fiducia e in un colloquio con lui, mi disse che mi avrebbero scarcerato presto perché io non ero mai andato a Venezia e perciò, non avevo legami né telefonici né lavorativi con i ragazzi che avevano arrestato a Venezia.

Il tempo non passava mai, la cella era di due metri per un metro e ottanta, in cella ero solo e tante volte pensavo di farla finita con un lenzuolo al collo, ma grazie a Dio il lenzuolo era vecchio e non sopportava il mio peso. E oggi ringrazio quel lenzuolo perché sono vivo e posso combattere per la mia innocenza.

I mesi passavano ed io non potevo né scrivere a mia moglie e i figli e neanche chiamarli, l’unico conforto era l’avvocato che mi portava notizie dei miei cari.

Un giorno mi chiamarono in matricola, andai veloce pensando che avrei sentito qualche bella notizia e invece scoprii che giù mi aspettava la Squadra Mobile di Torino per notificarmi un altro mandato d’arresto nei miei confronti e mi dissero che anche mia moglie si trovava agli arresti domiciliari. Praticamente il Pubblico Ministero le aveva concesso gli arresti domiciliari perché avevamo due bambini minori, sennò anche lei sarebbe finita in carcere come me.

In quel momento mi crollò il mondo addosso, parlai con gli agenti e mi spiegarono che nel mio locale c’era stato un furto, e un vicino di casa, sospettato spacciatore di droga, avrebbe chiamato – non sapendo che ero in carcere – sul mio cellulare, per avvisarmi che di notte aveva sentito dei rumori strani nel mio locale. Al mio cellulare rispose mia moglie e disse a questo signore di vedere se c’era qualche vetrina del bar spaccata e che al più presto lei sarebbe tornata al bar per vedere l’accaduto e fare la denuncia per furto. Siccome il mio telefono – anche se mi trovavo in carcere – era sotto controllo, la polizia pensò che quella telefonata tra quel signore e mia moglie era un messaggio in codice e si recarono con due cani anti droga nelle cantine sotto il mio locale, dove poi trovarono, in una cantina di un signore pugliese di settantacinque anni degli stupefacenti e perciò la polizia pensò che quella droga era mia e mia moglie stava cercando il mercato per venderla, visto che io ero chiuso in carcere e non potevo.

A tutto avevo pensato, ma mai a una cosa del genere!

Ero un cittadino modello, che vive e lascia vivere, lavora e paga le tasse, con due bambini splendidi che vanno a scuola. Bambini che da un momento all’altro si trovano con due genitori accusati di spaccio di droga. Cosa che non abbiamo mai fatto.

Il Pubblico Ministero mi chiamò per l’interrogatorio, senza farmi leggere i capi d’accusa, e perciò l’avvocato mi disse di attenermi alla facoltà di non rispondere perché non sapevamo ancora di che cosa eravamo accusati ed io non parlai, anche se dentro di me avevo tanto da dire e volevo chiedere perché due genitori che avevano sempre lavorato onestamente si trovavano in carcere. Dopo due settimane l’avvocato mi portò a leggere i capi d’accusa. Una volta letti chiesi all’avvocato di fissarmi un interrogatorio al più presto con il Pubblico Ministero, ma come risposta ricevetti che il Pubblico Ministero ormai si trovava in ferie e non aveva più tempo per interrogarmi e perciò ci aveva mandato a giudizio immediato, tempo due mesi.

Mi presentai al processo con la consapevolezza che avrei potuto parlare con il giudice e spiegargli tutto, cioè che eravamo estranei ai fatti sia io che mia moglie. Dieci minuti prima del processo, nell’aula, si avvicinò l’avvocato e mi disse che, se volevo prendere le attenuanti generiche, avrei dovuto accettare qualcosa, ad esempio che era vero che spacciavo droga, ma ero uno spacciatore piccolo.

Anche se non sapevo niente di che cosa erano le attenuanti generiche, accettai di dire davanti al giudice, su consiglio del mio difensore, cose che non avevo mai fatto.

Arrivammo alla fine della sentenza e il giudice chiese al Pubblico Ministero qual era la condanna richiesta. Il P.M. si alzò e chiese diciassette anni per me e diciassette per mia moglie. Il giudice si ritirò e nel giro di mezz’ora tornò in aula leggendo la sentenza definitiva: sette anni e cinque mesi a me e cinque anni a mia moglie.

So solo dirvi che mi svegliai in carcere sotto una flebo e mi ricordo il visino tranquillizzante di una giovane infermiera del padiglione che mi disse: “buongiorno, ti sei svegliato?”.

Il giorno dopo venne il mio difensore e mi disse di stare tranquillo perché in Italia ci sono tre gradi di giudizio e che appena avevamo le motivazioni della condanna di primo grado, avremmo chiesto di andare in appello. L’appello me lo fissarono otto mesi dopo il primo grado. Ero felice pensando che la Corte d’Appello mi avrebbe scarcerato e invece andai a processo e lì vidi anche mia moglie, che non vedevo da un anno e due mesi, siccome al processo di primo grado non era presente. La stessa storia, anche in appello mi confermarono la condanna di primo grado. Invece a mia moglie la condanna scese da cinque anni a due anni e quattro mesi. Andai in Cassazione a Roma ed è da un mese che ci hanno confermato la condanna, a me e a mia moglie.

Sono due anni che non vedo mia moglie, perché il P.M. non le ha concesso il permesso di potermi venire a trovare in carcere. I miei figli non li vedo da un anno perché non ho nessuno che può portarmeli al colloquio, a parte due volte di un anno fa che sono arrivati i miei genitori dall’Albania, così ho potuto vedere anche loro. Tutti i giorni conto i giorni nella speranza di vederli presto.

In carcere mi sono iscritto all’Università, così una volta uscito da quest’inferno che sto vivendo, potrei raccontare ai miei figli che papà, innocente in carcere, non si è abbattuto, ma ha studiato e ha arricchito il suo bagaglio culturale.

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