Martedì 19 Novembre 2019

GIORNALE DELLA PROVINCIA DI ALESSANDRIA DAL 1925

Vite in cella

Face to face: a San Michele una nuova vita

La storia di Marco che racconta come è riuscito a voltare pagina

Face to face: a San Michele una nuova vita

FACE TO FACE - Marco racconta l'infanzia nella Romania comunista e i complessi rapporti con il padre. Dopo la caduta del Regime, è attratto dal miraggio dell'Occidente. Ma compie scelte sbagliate. Nella casa di reclusione di San Michele, la svolta verso una nuova scelta di vita.

TUTTI I RACCONTI - La raccolta del progetto Face to Face

Il lavoro nobilita l’uomo

Mi chiamo Marco, sono nato nel 1974 in Romania in una bella cittadina ai piedi dei monti Carpazi occidentali. Vengo da una famiglia numerosa, tre fratelli e tre sorelle ed io sono il penultimo nato.
Mio padre lavorava nel settore petrolifero, che all’epoca era in piena espansione. Mi ricordo che la gente era abbastanza serena - sotto il comunismo si viveva e ci si accontentava di poco - anche perché gran parte delle risorse dei paesi comunisti andava a finire in Russia. Ho passato un’infanzia abbastanza felice, porto dentro di me il ricordo del primo giorno dell’asilo, delle elementari, delle medie, fino alle superiori, che durante il comunismo erano obbligatorie.

Negli anni novanta ricordo lo scoppio della rivoluzione anti Ceausescu, mia sorella abitava proprio sul confine con l’ex Jugoslavia a Timisoara, proprio da dove il 17 dicembre è partita la rivolta che nei successivi cinque giorni si è propagata in tutta la Romania e, come ben sappiamo, dopo, in tutto il blocco sovietico.
Quando frequentavo le scuole medie, ho iniziato ad avere dei contrasti con mio padre perché avevamo due caratteri troppo diversi! Lui vedeva il mondo a modo suo cioè: lavorare, lavorare, lavorare, come faceva lui. Buonanima è venuto a mancare nel 2007 per una emorragia interna mentre lavorava. Che Dio lo perdoni e che abbia l’anima in pace!

Ha dedicato tutta la sua vita alla famiglia, ai suoi figli e anche agli altri. Mi ricordo di lui che non è mai arrivato a casa dal lavoro con la sua borsa a tracolla vuota, a volte mia madre mi mandava al bar a prenderlo perché a casa nostra non si mangiava mai e poi mai se tutta la famiglia non era riunita o se qualcuno non aveva la giustificazione per pranzare o cenare fuori casa.
Quando ero piccolo, adoravo mio padre e lui mi amava più degli altri figli, mi ricordo che, quando non faceva i turni di notte, dormivo sempre con lui, mentre gli altri fratelli dormivano accanto a mia madre. Nell’adolescenza sono iniziati i contrasti perché io facevo delle cazzate e lui ha iniziato a picchiarmi, così io scappavo di casa e rimanevo fuori per parecchi giorni. Dal bene che gli volevo prima, ero arrivato a odiarlo. Quando sono diventato più grande, ho capito che stavo sbagliando e che lui cercava di educarmi con bastone e carota, da allora non mi ha più picchiato e siamo diventati amici.

Finite le scuole superiori, con un diploma di liceo industriale, mia madre, alla quale voglio un bene dell’anima - che Dio me la tenga in vita in modo da poterla rivedere quando torno libero – mi ha trovato un lavoro da magazziniere in una fabbrica di tappezzeria, tramite il suo figlioccio, ed ho lavorato in quella fabbrica per un anno circa, dopo ho fatto il servizio militare, per un anno e mi volevano arruolare come sergente, ma gli stipendi erano una miseria. Così ho deciso di farmi il passaporto e di cercare un lavoro nei paesi come Ungheria e Serbia, dove gli stipendi erano il doppio di quelli del nostro paese.
Avevo messo da parte un po’ di soldi lavorando alla giornata in Montenegro, volevo andare a casa per le feste di Pasqua, ma a Belgrado il mio destino ha preso una direzione diversa.

Ho conosciuto dei miei paesani che andavano in Grecia e sono partito con loro come clandestino. Dopo una settimana di strada in treno e a piedi passando le frontiere in mezzo ai boschi e ai monti, siamo arrivati ad Atene. Ad Atene sono rimasto per sette o otto mesi, vivevo di lavoretti sotto il caporalato. Lì con due amici ci siamo nascosti sotto le ruote di scorta di un tir che da Patrasso veniva in Italia e così siamo arrivati a Genova. Avevamo saputo che da Genova ci potevamo imbarcare clandestinamente nascondendoci nei container, attraversare il mare e arrivare in Canada, a Montreal, in una quindicina di giorni. Volevamo andare in Canada perché c’era la legge che se eri scappato dal blocco sovietico, lo stato ti accordava l’asilo politico e potevi ricominciare una nuova vita.

Così abbiamo preso questa decisione, ci siamo nascosti in un container ma dopo tre giorni un mio compagno si è messo a tossire e ci hanno arrestato, ci hanno preso le impronte e ci hanno rilasciati.
Sono rimasto a Genova, era il 1996, vivevo di espedienti, alla giornata, mi hanno arrestato diverse volte per piccoli furti nei negozi di alimentari per poter mangiare. Dormivo alla Caritas dai preti che mi davano una mano a trovare qualche lavoro saltuario per la sopravvivenza. Sono andato avanti così per un paio di anni, aspettando una sanatoria per potermi mettere in regola con i documenti. Ma il mio pensiero però era sempre in Romania, lì c’era una ragazza che mi aspettava, con lei avevo passato l’infanzia, l’adolescenza, avremmo dovuto sposarci e mettere su famiglia, ma il destino non l’ha voluto. Nel 2000 ho conosciuto una donna, ci siamo innamorati, nel 2001 ci siamo sposati, mi sono messo in regola con i documenti e, finalmente, mi sono sentito una persona normale e serena. Quando lei ha saputo che mi ero sposato, si è sposata anche lei e non ci siamo più rivisti né sentiti.

Avevo da parte qualche soldo, un po’ di soldi li aveva mia moglie ed abbiamo aperto un bar a Genova. L’abbiamo tenuto per un paio di anni perché poi mi sono arrivate le condanne definitive per i piccoli furti che avevo commesso e sono finito in galera fino al 2004, mia moglie non è riuscita a tenere il bar e così l’abbiamo svenduto e quando sono uscito di galera mi sono trovato di nuovo senza niente.
Per fortuna erano arrivati n Italia anche i miei due fratelli e mia sorella che a abita ancora a Genova e lei è diventata il mio punto di riferimento perché con mia moglie non stiamo più insieme da un bel po’ di tempo.

Da quando sono uscito di galera, ho provato a mettermi a posto, ma purtroppo ho fatto altri reati, sempre furti nei negozi di alimentari e altre fesserie e sono andato avanti così fuori e dentro fino ad arrivare a questa carcerazione dove mi sono trovato un cumulo di pena di otto anni e mezzo di cui me ne rimangono ancora tre da scontare.
Purtroppo la mia vita mi è passata davanti così senza riuscire a concludere niente.
Mi trovo in questo carcere di San Michele dall’anno scorso, dal 22 febbraio del 2018 e dovrei finire di scontare la pena per la fine del 2022, se mi verranno concessi i semestri che ho maturato fino ad ora in questo istituto e potrò usufruire della liberazione anticipata. Gli altri semestri li ho persi perché negli altri istituti non riuscivo a stare tranquillo e facevo sempre dei casini.

Da quando sono arrivato qui, sono riuscito a non prendere più rapporti disciplinari, forse non venivo capito, forse è il merito di questo istituto, adesso ho anche un lavoro, ringraziando Dio, che mi tengo stretto con i denti, che mi da tante soddisfazioni e non mi fa pesare la galera, riesco a guadagnare per potermi fare la spesa in cella e anche mettere da parte qualcosa per un domani.
Questo istituto mi ha cambiato radicalmente, me ne rendo conto io che sono più calmo e più sereno e me lo dicono anche gli appuntati, i capiposto, gli ispettori, la mia educatrice, la Dottoressa Rossi, i volontari e poi ho anche la fortuna di frequentare l’area Artiviamoci, dove mi sento in un’altra dimensione. Prima non mi piaceva ma poi con l’aiuto dei professori come la Monica, Massimo, Piero Sacchi ed il mio maestro detenuto Mario Rossi, ho cominciato ad avvicinarmi alle diverse forme di pittura ad olio su tela, all’arte contemporanea ed anche all’incisione e alla stampa con Monica e Valentina e al cinema. Mi hanno aiutato a capire e ad appassionarmi a questa settima meraviglia: L’Arte che non conoscevo e adesso non vedo l’ora di scendere giù nel laboratorio e provare a fare qualcosa sempre insieme ai miei professori e al mio maestro.

Non mi vanto di avere fatto tanta galera, di essere entrato e uscito diverse volte dal carcere ma ora, forse per l’età, forse per tutte le brutte esperienze che ho fatto, sarei molto grato e molto contento se qualcuno mi desse una mano, un piede o un bastone e mi aiutasse veramente a inserirmi nella società in modo da non poter più ricadere nelle disgrazie come ho fatto fin ora. Vorrei che qualcuno mi aiutasse a essere responsabile delle mie azioni, come mi sento quando sono al lavoro o nel laboratorio di Artiviamoci o quando vado a fare il corso di meditazione del Mantra al trattamento avanzato ed essere sereno e orgoglioso di avere compiuto una mansione che mi è stata data.

Ho partecipato anche alla corsa podistica “Stralessandria dentro” e mi ha dato una grande soddisfazione, perché c’erano anche persone libere che correvano, venute da fuori per quella circostanza e anch’io sentivo di essere libero correndo tutti insieme e in quell’occasione ho avuto il piacere di conoscere la dottoressa direttrice del nostro istituto.
Vorrei che, come questo istituto, sotto questa direzione, sotto tutto l’organico che fa parte di questa equipe, che fino ad ora sono riusciti a cambiarmi, ce ne fossero tanti altri, che s’ impegnassero a cambiare delle persone con dei problemi come me in modo da poter essere reinseriti nella vera società, potersi lasciare alle spalle tutte le sventure e tutte le disgrazie per ricominciare una VITA VERA, come tutte le persone normali che si riconoscono nell’articolo uno della costituzione italiana:
“Il lavoro nobilita l’uomo”.
Secondo la mia esperienza, il crimine non paga, non porta mai a una A, porta sempre alle due B: Branda. Bara.
Grazie. 

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