Venerdì 16 Novembre 2018

Processo Malerba, la parola all'accusa

I Pm chiedono un anno e sei mesi. Il giudice condanna l'imputato a 7 mesi

Processo Malerba, la parola all'accusa

I pubblici ministeri e il difensore (al centro) guardano il video registrato in palestra

Trecentocinquantasette giorni dopo l’arresto di Angelo Malerba, la pubblica accusa, rappresentata da Andrea Zito e Alessio Rinaldi, prende la parola.
Non fa sconti Andrea Zito durante la sua requisitoria; racconta il furto, l’arresto e parla del comportamento processuale dell’imputato. «Questo processo nasce, come è noto, da un arresto in flagranza, il che significa che operanti autorizzati da questo pubblico ministero a installare delle video camere nello spogliatoio di una palestra dove si erano susseguiti diversi furti, hanno visto con i loro occhi attraverso gli schermi, Angelo Malerba rubare dentro l’armadietto dopo aver forzato la seppur blanda serratura. Sono intervenuti direttamente, e lo hanno arrestato. La situazione è, come posso dire, palese... Da questo, in un anno, abbiamo avuto: una querela di falso contro il verbale dell’udienza di convalida. Un’istanza di rimessione alla Corte di Cassazione che, lo abbiamo appena scoperto, non solo è stata respinta ma è stata dichiarata inammissibile; abbiamo avuto delle denunce penali a carico mio, del collega Rinaldi, di tutti gli operanti intervenuti, e persino della persona offesa. Accusare un Pm di frode processuale (fuori dalle tre ipotesi che la determinano) è semplicemente una calunnia. Ma non è finita. Abbiamo avuto il ‘teatrino’ di un difensore che prima dismette il mandato (a novembre) dicendo che non può partecipare all’uso di atti falsi, poi lo ha ripreso subito dopo contraddicendo se stesso. E oggi ha fatto lo stesso identico numero. E non è finita, perché pochi giorni fa, in un procedimento connesso, sempre per fatti imputati a Malerba, è stato fatto un atto di citazione per danni contro un giudice che non aveva, in quel momento, aperto il dibattimento. Non so come definire una mossa del genere se non come una intimidazione, il tentativo di influenzare il giudicante. La cosa peggiore che si può fare durante una partita, un processo. È come se in una partita di calcio qualcuno dicesse all’arbitro, sottovoce, quarda che se non mi dai un rigore ti faccio causa. Queste sono cose gravissime che è giusto che anche i rappresentanti della stampa recepiscano per quello che sono: atti di intimidazione inaccettabili in una società civile». Ampio servizio oggi su Il Piccolo.

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