Mercoledì 05 Agosto 2020

GIORNALE DELLA PROVINCIA DI ALESSANDRIA DAL 1925

L'analisi

Così è cresciuta l’epidemia da Covid-19 in provincia di Alessandria

Il prof. Carluccio Bianchi racconta l'evoluzione della pandemia sul nostro territorio

Così è cresciuta l’epidemia da Sars Cov 2 in provincia di Alessandria

Un paziente Sars Cov 2 nella terapia intensiva dell'ospedale di Alessandria - Foto Walter Borsalino (fotocrossimmagine)

Il primo caso ufficiale di contagio da SARS-CoV-2 nella provincia di Alessandria viene rilevato dalla Protezione Civile il 3 marzo, e dall’Unità di crisi regionale la sera prima. In Piemonte i primi 3 casi risalgono a una settimana prima, il 23 febbraio, ad appena 3 giorni di distanza dall’individuazione del paziente 1 italiano a Codogno.

A Tortona il 4 febbraio si registra il primo decesso ufficiale da Covid-19, a testimonianza del fatto che il virus, in provincia e in regione, come altrove, circolava già prima dell’ufficialità dei casi. L’ospedale di Tortona, divenuto focolaio di diffusione della malattia, viene chiuso e dichiarato “zona rossa” da un’ordinanza regionale. Il fattore di riproduzione del virus liberamente circolante, ovvero il famoso fattore R0, viene stimato intorno a 2,6: dati i tempi di incubazione della patologia, ciò implica che nel giro di un mese un paziente infetto può arrivare a contagiare altre 310 persone, circa 80 a settimana.

La strategia vincente per contenere l’epidemia viene elaborata in Veneto dal dottor Crisanti, e si base sull’utilizzo delle 3 t: testare, tracciare, trattare. Testare significa individuare precocemente, tramite un adeguato numero di tamponi, i possibili infetti, anche asintomatici; Tracciare significa predisporre una efficiente rete di analisi territoriali capace di rintracciare i contatti tenuti dai pazienti infetti nel giro dell’ultima settimana; Trattare significa isolare il paziente, proteggere adeguatamente strutture sanitarie e personale dipendente al fine di impedire loro di diventare, anziché centri di cura, focolai di diffusione del contagio, predisporre infrastrutture e terapie in grado di far fronte all’incedere dell’epidemia.

Nella nostra regione, e in provincia, nessuna delle 3 t viene adeguatamente recepita e adottata: mancano tamponi, laboratori e reagenti (a febbraio-marzo vengono eseguiti 2 campioni per 1.000 abitanti, contro i 21 del Veneto); la rete dei medici di base e la struttura sanitaria regionale è impreparata ad effettuare i tracciamenti richiesti ed il sistema informatico del Sisp va in tilt, subissato dalla quantità di segnalazioni ricevute, tanto che le mail concernenti i pazienti da monitorare vengono perdute; ospedali e personale medico e paramedico, in assenza di adeguati interventi e dispositivi di protezione, diventano focolai di infezione. In tali condizioni l’epidemia divampa incontrollata e Alessandria diventa la prima provincia del Piemonte per incidenza della malattia.

L’evoluzione temporale dell’epidemia può essere utilmente esaminata con l’aiuto di un grafico che mostra la dinamica giornaliera di contagi, decessi, guarigioni e infezioni in atto; al fine di eliminare le accidentalità presenti nelle rilevazioni quotidiane si usano medie scorrevoli a 7 giorni. Come si può osservare, la linea rossa dei nuovi contagi mostra, in maniera difforme dalla realtà nazionale e anche regionale, caratterizzate da una rapida crescita iniziale, il raggiungimento di un picco e una successiva discesa costante dei casi, un andamento altalenante con 3 successive ondate di morbilità. La prima dura sino al 21 marzo, quando raggiunge un primo picco di contagi giornalieri pari in media a circa 90 casi; poi gli effetti del lockdown nazionale, deciso l’8 marzo, sembrano produrre, con un inevitabile ritardo nei suoi effetti, una riduzione dell’intensità dei contagi, con nuovi casi giornalieri che scendono sino a 40. A partire dal mese di aprile, però, l’infausta decisione di utilizzare le RSA come luogo di degenza dei malati Covid in convalescenza per alleggerire il carico delle strutture ospedaliere, determina una nova impennata dei contagi, che raggiungono un secondo picco di circa 100 casi al giorno nella prima settimana di aprile. Anche in questa circostanza all’impennata delle nuove infezioni segue una riduzione della loro intensità sino a metà mese, quando si verifica una nuova, ultima, recrudescenza, probabilmente dovuta all’intensificazione del processo di ricerca degli infetti (in aprile il numero di tamponi per abitante viene quintuplicato, rispetto a marzo).

A partire dal 20 aprile inizia finalmente un processo di costante diminuzione dei nuovi contagi, che fortunatamente non appare influenzato dalle delibere di graduale riapertura dell’economia e di riduzione delle misure restrittive di movimento, operative dal 4 maggio. In effetti, dopo un minimo storico di 7 nuovi contagi giornalieri il 21 maggio, nonostante una temporanea risalita a fine mese sino a 11 casi, si sperimenta un nuovo calo tendenziale contagi medi giornalieri fino agli attuali 4 casi.

Le perdite umane causate dall’epidemia sono state ingenti, come mostra la linea nera del grafico. I decessi ufficiali registrati dalla Protezione Civile sono saliti gradualmente fino a raggiungere un massimo di 20 unità al giorno a metà aprile. Tali numeri ufficiali trascurano però i cosiddetti decessi “fantasma”, ovvero le persone decedute nelle proprie abitazioni o nelle RSA, e che nel periodo di massima diffusione dell’epidemia e di collasso delle strutture sanitarie ed amministrative non sono state ufficialmente censite. Una stima di tali decessi può essere effettuata confrontando le statistiche ufficiali di mortalità delle anagrafi comunali nel 2020 con la media dei valori del quinquennio precedente. La linea nera tratteggiata nel grafico mostra quindi la dinamica dei decessi giornalieri che includono tale fenomeno: le perdite umane passano da un picco ufficiale di 20 persone ad uno effettivo di 30, picco che risulta anticipato al 25 di marzo. A tutt’oggi l’epidemia Covid-19 in provincia di Alessandria ha provocato 656 decessi, con un tasso di mortalità del 16,5% rispetto ai casi rilevati e dell’1,6‰ rispetto alla popolazione: si tratta dei valori più elevati di tutto il Piemonte (che ha corrispondenti medie pari a 12,8% e 0,9‰), ed anche della media italiana (14,5%; 0,6‰). Se a questi decessi ufficiali si aggiungessero quelli “fantasma”, pari a 406 persone, la mortalità per abitante raggiungerebbe il 2,5‰.

Il processo di guarigione dalla malattia in provincia è risultato piuttosto lento, con i primi recuperi che si sono manifestati solo dall’inizio di aprile, e con un loro significativo incremento verso la metà del mese intorno ai 25 casi giornalieri; un vero cambio di passo si è realizzato però solo dalla prima decade di maggio, con un primo picco a metà mese di circa 80 persone al giorno, seguito da un rallentamento del processo e un nuovo rialzo a fine mese (75 persone), in stretta dipendenza con la dinamica dei nuovi casi nelle 6 settimane precedenti. Nel mese di giugno il numero dei guariti prima è rallentato e poi è sembrato stabilizzarsi intorno al valore attuale di 30 casi giornalieri. L’evoluzione del numero di persone con infezione in atto (i cosiddetti positivi) ha seguito in una prima fase (marzo-aprile) l’andamento dei contagi e poi soprattutto quello delle guarigioni, per cui si è passati da un incremento medio giornaliero di persone infette sino a 80 casi ad un decremento assoluto del loro numero di circa 70 casi a maggio, attestandosi poi ai 25 casi attuali. Nel complesso le persone oggi con sintomi della malattia sono circa 1.000, contro le oltre 2.500 del picco dell’8 maggio, con una diminuzione del 60%.

In definitiva la nostra provincia è stata particolarmente colpita dall’epidemia di coronavirus in atto, come testimoniato dal fatto che essa risulta l’ottava provincia italiana per incidenza relativa di contagi (0,94% della popolazione). Vi hanno contribuito la vicinanza geografica con la Lombardia, la notevole dipendenza lavorativa da tale regione con conseguente mobilità pendolare, l’emergenza di alcuni focolai territoriali, l’elevata incidenza di persone anziane e di RSA, le carenze delle strutture sanitarie e amministrative di base, gli errori nelle scelte strategiche di lotta all’emergenza.

Misure di lockdown, comportamenti individuali responsabili, uso di protezioni individuali, messa in sicurezza dei presìdi sanitari, l’avvento del caldo con un maggior numero di ore trascorse all’aperto hanno permesso di ridurre notevolmente l’incidenza della malattia, con risultati che per il momento si sono mostrati resilienti ai progressivi allentamenti delle misure restrittive imposte all’economia e alla società civile.

La persistenza del virus in molte parti del mondo induce tuttavia alla prudenza, anche in vista dell’apertura totale delle frontiere prevista per il prossimo 15 giugno. Rimangono inoltre diversi nodi irrisolti, tra i quali il primo appare quello della riapertura delle scuole in piena sicurezza nel prossimo autunno. In mancanza di un vaccino e di cure mirate, vigilanza e cautela risultano inderogabili al fine di evitare una seconda ondata di contagi: dal punto di vista collettivo è fondamentale rafforzare le strutture sanitarie, amministrative e informatiche del Paese per implementare appieno la strategia delle 3 t, mentre da quello individuale occorre persistere in comportamenti volti ad evitare le 3 c: luoghi chiusi per lunghi periodi di tempo, calche e contatti ravvicinati senza protezione.

* L'autore di questo approfondimento è Carluccio Bianchi (nella foto), docente di Macroeconomia dell'Università del Piemonte Orientale. Il professor Bianchi è stato il prezioso autore di una lunga serie di analisi sull'andamento dell'epidemia - pubblicate tra marzo, aprile, maggio e giugno su Il Piccolo - che ci hanno permesso di comprendere meglio l'evoluzione dei fatti.

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